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martedì 2 giugno 2015

Clarissa - Parte prima


La campagna inglese era sonnolenta in quel pallido mattino. La rada nebbiolina saliva ancora lungo i fossati che circondavano i campi coltivati, tuttavia la vita contadina era già in pieno fermento.
Gli Stevenson, che soggiornavano in quei giorni nella loro tenuta di campagna, non erano abituati al ritmo della vita in periferia essendo amanti del bel mondo londinese. Le due miss: Beth e Susan, erano appena entrate in società e avevano accettato di mala voglia la decisione della loro madre di trascorrere un breve periodo in campagna. Qui non c’era alcuna loro amica e si sentivano tremendamente mortificate all’idea di dover partecipare alle festicciole dei loro vicini.
Quella sera infatti la famiglia Stevenson era stata invitata alla festa, data in loro onore, dai Wellings: dei borghesi e non certo dei nobili quali erano gli Stevenson.
Le due famiglie erano in buoni rapporti e le due miss avevano conosciuto, ancora qualche anno addietro, la figlia dei loro vicini: Clarissa. La giovane aveva qualche anno più di loro ed era poco socievole. L’idea di rivederla non piacque molto alle due ragazzine che passarono l’intera mattinata a discutere sul comportamento da tenere con lei al ballo.
«Immagino che miss Clarissa starà per tutta la serata in nostra compagnia» si lamentò Susan mentre pettinava la sorella.
«Credo proprio che sarà una pessima serata se dovremo stare sempre con lei. L’ultimo ballo a cui ha partecipato non ha detto una parola»
«Certo molti gentiluomini l’hanno adocchiata e perfino il signor Sewer le ha chiesto di danzare»
«Oh sì ricordo! Che faccia ha fatto il povero signor Sewer quando è stato rifiutato! Non capisco proprio perché miss Wellings non riesca a relazionarsi con nessuno oltre a noi due» aggiunse Beth quasi soprappensiero.
Le due ragazzine, cercando di capire il comportamento tenuto dall’amica, non si resero conto di aver fatto tardi per il pranzo e quando si avvidero di ciò corsero in cucina. Qui trovarono la cuoca che, sorpresa nel vederle, rispose alle loro domande insistenti negando che il pranzo fosse stato portato in tavola. Non capendone nulla le due si avviarono verso il salotto per chiedere spiegazioni a loro madre ma quando entrarono, ridacchiando e scherzando tra loro, si immobilizzarono nel vedere il signor Sewer seduto a discorrere con i loro genitori. L’uomo, un giovane sulla trentina, si alzò con cortesia e salutò con garbo le due giovani.
Mrs Stevenson si scusò col giovane per il comportamento irrispettoso delle figlie e poi aggiunse in tono solenne:
«Temo signor Sewer che le vostre pretese siano troppo alte»
«Suppongo che le mie parole siano state troppo schiette e per questo me ne scuso» e così dicendo si alzò, salutò i presenti e si incamminò verso la porta dove lo attendeva il maggiordomo per accompagnarlo all’uscita e alla sua carrozza che lo aspettava fuori.
Beth, guardandolo andare via stupita, chiese poi alla madre:
«Come mai è venuto maman? È forse questo un orario di visite?»
«Beth non essere sciocca! Il signor Sewer si è fermato solo per avvisarci di una questione importante».
Le due sorelle, incuriosite più che mai, avrebbero voluto sapere ogni cosa ma il fare stizzito di maman le bloccò e così tutta la famiglia si diresse in silenzio nella sala da pranzo, dove l’aspettava la tavola imbandita.
Dopo pranzo Beth, di propria iniziativa, decise di andare a trovare Clarissa per informarsi sulla serata imminente e soprattutto sul signor Sewer. In fondo era lei il motivo dello strano incontro tra il gentiluomo e i suoi genitori o almeno Beth lo supponeva. Susan, per niente vogliosa di seguire la sorella, decise di dilettarsi col piano: il suo passatempo preferito.
Beth, arrivata col suo calessino davanti alla piccola villa degli Wellings, fu accolta con cortesia dalla zia di Clarissa che l’accompagnò in salotto. L’amica, vedendola, la salutò con timidezza e le offrì dei dolcetti che Beth rifiutò con garbo. La presenza della zia mise in ansia Beth ma, decisa di conoscere i risvolti amorosi dell’amica, propose a Clarissa di fare un giro col suo calessino. La giovane annuì e così Beth si ritrovò a guidare il suo cavallo baio lungo una stretta viuzza di campagna. Non sapendo dove stessero andando ben presto si fermarono in un prato e presero a camminare alla ricerca di qualche fiore da portare a casa. Clarissa, intenta con gioia in quella operazione, si dimenticò dell’amica e solo la sua vocina leggermente stridula la fece girare. Non avendo capito la domanda fattale si avvicinò e Beth le disse:
«Oggi è proprio una bella giornata. Spero che stasera non si metta a piovere, sarebbe una disdetta»
«Sì in fondo sarebbe un peccato se piovesse».
Beth la guardò sorniona e prese a passeggiarle accanto. Dopo un po’ aggiunse:
«La tua festa comunque sarà perfetta come l’ultima Clarissa. Non c’è da stupirsi se tutti del paese volessero parteciparvi. Anche il signor Sewer sarà dei nostri immagino».
La giovane si girò a guardare l’amica e si accorse che l’espressione di Clarissa era cambiata. I suoi begli occhi verdi ora erano seri e tristi. Beth, stupita di quel repentino cambio d’umore, le si fece vicino e le chiese:
«Ho detto forse qualcosa che non va?»
Clarissa la fissò per un attimo e subito ricominciò a passeggiare cercando con gli occhi dei fiori che non vi erano. Dopo un po’ le rispose con lo sguardo a terra:
«Temo che il signor Sewer si sia fatto un’idea sbagliata su di me»
«In che senso?» le chiese Beth molto stupita. In breve Clarissa le spiegò che dopo il ballo invernale dell’anno prima, a cui Beth e sua sorella avevano partecipato, il signor Sewer, che Clarissa chiamò col suo nome Michael, l’aveva invitata insieme alla sua famiglia per un breve soggiorno in Irlanda. Lei purtroppo non era potuta andare perché in quel periodo era raffreddata. Da allora il signor Sewer non si era più visto in paese. La giovane, trattenendo le lacrime, si confidò con Beth e le disse che il gentiluomo aveva deciso di lasciarla perdere e che la sua dipartita era un chiaro segnale della sua scelta.
Beth le sorrise e le disse per consolarla:
«Se pensa quello che hai detto allora il signor Sewer è estremamente un uomo sciocco!»
«La sua assenza per così tanti mesi è però sospetta»
«Credo che dovresti parlargli così sapresti da lui la verità. Parlarne con me non serve».
Clarissa la guardò spaventata e, intimidita all’idea di parlare con lui, si schermì dicendo:
«Non ho il carattere per confrontarmi con lui. Non posso parlargli» e così dicendo si incamminò risoluta verso il calessino non lontano. Beth la guardò e, ripensando allo strano incontro all’ora di pranzo, scosse la testa: Clarissa era proprio un caso disperato.

I preparativi per la festa di quella sera in casa Stevenson erano ormai ultimati. Susan, che era rimasta a bocca aperta dal racconto del pomeriggio di Beth, confidò all’orecchio della sorella, una volta in carrozza:
«Secondo me stasera il signor Sewer non chiederà a miss Wellings di ballare»
«Perché non dovrebbe?» le chiese Beth.
«Come perché! L’ultima volta il signor Sewer ha fatto una pessima figura con lei e poi mi hai detto che lei lo ha respinto. Insomma se fossi in lui sceglierei un’altra dama per il ballo»
«Oh che sciocchezza Susan. Lui è innamorato di lei, non lo hai visto oggi? È venuto per parlare di Clarissa»
«Tu dici?!» le rispose sorridendo Susan. Beth la guardò stupita: forse sua sorella sapeva qualcosa che a lei era sfuggito. Cercò allora di estorcere delle spiegazioni che però Susan rifiutò di darle scoppiando a ridere. Mrs Stevenson le zittì: il loro modo di fare era sconveniente e comunque erano arrivate a destinazione.
La villa risplendeva di mille luci e gli invitati erano molti e tutti vestiti elegantemente. Beth salutò con un inchino i genitori di Clarissa e subito la cercò tra gli ospiti. Intanto Susan e i suoi genitori cominciarono subito a chiacchierare con alcuni borghesi loro vecchi conoscenti. Susan, persa di vista la sorella, sorrise tra sé e si sedette comodamente vicino a maman in attesa che qualcuno, tra i tanti gentiluomini, la invitasse a ballare.
Beth, nel frattempo, si ritrovò circondata da gente sconosciuta e, scansati alcuni gentiluomini un po’ troppo cortesi, riuscì a individuare Clarissa che, in piedi in un angolo della sala, sembrava imbalsamata. L’amica, appena vide il volto paffuto e sorridente di Beth, le sorrise di rimando dicendole in un sussurro:
«Il signor Sewer non è ancora arrivato e fra poco inizierà il primo ballo»
«Non preoccuparti, sarà qui a momenti».
Le due amiche, osservando la sala gremita di gente, rimasero in silenzio. Entrambe aspettavano l’entrata del signor Sewer. Del giovane infatti non vi era traccia e alla fine venne intonata la prima canzone e le coppie si formarono per danzare. Beth fu subito richiesta e così lasciò l’amica da sola. Clarissa, ripensando all’ultima festa in cui aveva rifiutato di ballare con il signor Sewer, si sentì triste e così decise di uscire in terrazza per prendere una boccata d’aria.
La musica di sotto fondo era allegra e nel cielo brillavano già le prime stelle. Sorseggiando il suo drink si accorse di non essere da sola infatti vi era una coppia appartata che chiacchierava a voce bassa. Per non disturbarli rientrò e, con suo grande stupore, vide il signor Sewer ballare con Susan. I due giovani sembravano felici e ogni tanto si scambiavano qualche parola. Clarissa si sentì spezzare il cuore e per il resto della serata si eclissò nel salottino adiacente alla sala da ballo in compagnia di alcune vecchie signore che sparlavano di tutti. La presenza della giovane non sembrò preoccupare le tre donne che, impegnate in un’accesa discussione, l’avevano guardata appena di striscio.
Una di loro, una certa contessa di Cruny, era una vecchia amica della madre di Clarissa e tutti erano a conoscenza del suo passato non proprio virtuoso. Con alle spalle tre matrimoni falliti si sentiva in dovere di ammonire tutte le giovani che riusciva a incontrare. Purtroppo per Clarissa quella sera la contessa era molto loquace e così dovette ascoltare le sue ciance.
La serata sembrò a Clarissa durare un’eternità e, nel momento in cui gli ospiti cominciarono ad andare via compresa la contessa chiacchierona, la giovane si diresse verso Beth per salutarla ma nel far questo incappò nel signor Sewer che la vide quella sera per la prima volta. Il giovane, stupito dell’incontro, le disse sorridendole con affetto:
«Temevo non ci foste stasera e invece eccovi!»
«Spero vi siate divertiti» gli rispose Clarissa guardando ora Beth e ora il signor Sewer. Beth, sentendosi di troppo, voleva accomiatarsi ma intuì lo stato d’animo dell’amica avendo visto che Susan si intendeva fin troppo bene col giovane. Sorridendo le disse:
«Oh sì è stata una piacevole serata ma ho visto che la contessa di Cruny ha monopolizzato la tua attenzione»
«In effetti la contessa era in vena di chiacchierare questa sera» le rispose sorridendo. Non sapendo come concludere la conversazione Beth salutò l’amica e si diresse verso la sorella e i suoi genitori in procinto di scendere lo scalone d’ingresso.
Rimasti soli il signor Sewer guardò Clarissa e le disse quasi sottovoce:
«Nemmeno questa sera ho potuto ballare con voi»
«Tuttavia non mi sembra che questo vi abbia impedito di ballare con quasi tutte le giovani presenti» gli rispose in tono serio sebbene il suo sguardo fosse triste e, senza aspettare risposta, lo salutò con garbo e se ne andò verso le sue stanze frettolosamente. Il giovane la guardò in silenzio ma in verità avrebbe voluto parlarle e dirle ciò che provava. Inoltre Mrs Stevenson gli aveva elencato, durante il loro incontro all'ora di pranzo, tutte le qualità della giovane e Sewer si era convinto più che mai che lei fosse la donna adatta a lui. Tuttavia il ceto sociale di miss Wellings lo aveva messo a disagio infatti, titubante, si era sempre trattenuto dal compiere il grande passo e di chiederle di essere la sua fidanzata. Ora, in quella serata, il giovane aveva finalmente preso la sua decisione ma non aveva considerato le conseguenze del suo atteggiamento tenuto durante la festa insieme a Susan. E così, rimasto basito, si ritrovò ben presto solo in cima al grande scalone e solo la voce premurosa di un cameriere che gli porgeva il suo mantello lo fece tornare coi piedi per terra.

                                    ***

Come sempre la mattina successiva a un ballo la famiglia Wellings era solita chiacchierare sull’esito della serata durante la colazione. Mr e Mrs Wellings erano entrambi compiaciuti del ricevimento e avevano cominciato una lunga discussione sui risvolti personali di qualche loro conoscente che avevano intravisto la sera prima. Clarissa, sorseggiando il suo the caldo, li ascoltava con disinteresse, le loro parole non avevano significato per lei. Il suo pensiero rimaneva, purtroppo per lei, fisso sul ricordo delle poche frasi che aveva scambiato con Sewer la sera prima. La speranza che il giovane fosse ancora interessato a lei cozzava con la visione del ballo tra il gentiluomo e Susan.
La giovane miss Stevenson era così solare a attraente e Clarissa si convinse che non avrebbe mai potuto competere con lei, oltretutto essere timidi era davvero un pessimo difetto. La giovane, assorta in questi pensieri, finì di fare colazione in silenzio e decise che avrebbe impiegato il resto della mattina leggendo in giardino.
La giornata era piacevole e il leggero venticello era deliziosamente fresco. All’ombra di una grande quercia Clarissa decise di sedersi e di continuare il suo libro d’autore che narrava di una storia d’amore a lieto fine. La giovane, immedesimandosi nella protagonista, cominciò ben presto a sognare a occhi aperti e, quando lesse della fuga d’amore dei due amanti, immaginò di fuggire insieme al signor Sewer. Clarissa cominciò a ricordare così il fascino del giovane e il loro primo incontro a uno spettacolo di gala all’Opera di Londra.

Una sera, di quasi due anni addietro, Clarissa era stata invitata dai suoi zii a Londra per la rappresentazione di "Romeo e Giulietta" all’Opera. L’edificio le sembrò così imponente e, seduta in un loggione, si sentì quasi sopraffare dagli stucchi barocchi che decoravano la sala. Le persone che sfilavano con garbo in platea e nei loggioni erano eleganti e gentili e la giovane si sentì rapire da quella atmosfera. Lo spettacolo fu magnifico e, una volta usciti nel grande salone d’ingresso, gli zii la presentarono a molti loro amici tra cui il signor Sewer. Il giovane, abbonato alla stagione lirica dell’Opera, sembrava annoiato dalla serata, che forse aveva replicato più di una volta quel mese, ma quando vide la deliziosa Clarissa la serata prese una piega decisamente più interessante. Entrambi timidi si scambiarono poche frasi di circostanza ma il giovane, saputo che Clarissa viveva in periferia non lontano dal suo podere, decise che avrebbe trascorso l’estate lì e così fece. I loro incontri successivi furono da allora sempre molto fugaci, d’altronde non era facile chiacchierare durante le feste di gala o i vari concerti, e il carattere timido della giovane limitava il carattere loquace di lui. Erano così trascorsi due anni e i discorsi fatti col giovane sembrarono a Clarissa come un tesoro prezioso. Fantasticando sul passato, fatto di poche parole e di sguardi, si decise a finire il capitolo del romanzo che, ormai da qualche ora, era aperto sempre sulla stessa pagina.
Tornata in casa per il pranzo si diresse verso il resto della famiglia che la stava aspettando. Il pranzo fu piacevole e, una volta terminato, Mr Wellings disse alla figlia:
«Ieri sera ti sei intrattenuta con la contessa di Cruny» e senza aspettare la risposta affermativa della giovane continuò baldanzoso:
«Oggi abbiamo ricevuto un invito da parte della contessa che ti prega di farle visita» e dicendo questo le porse la missiva. Clarissa, letta d’un fiato le poche frasi scritte elegantemente, gli chiese stupita:
«Devo forse andarci? Con la contessa ho parlato poco e non la conosco da molto»
«Non farti troppe remore!» si intromise Mrs Wellings e soggiunse:
«Hai la possibilità di conoscere persone facoltose e comunque ti ha invitato solo per il the. Sarebbe disdicevole se rifiutassi».
E così le due ore successive Clarissa le impiegò per percorrere le poche miglia che distanziavano la tenuta della sua famiglia da quella della contessa. Una volta all’ingresso ringraziò il cocchiere ed entrò nel grande salone del castello. L’edificio gotico sembrava immenso e la giovane si sentì per un attimo smarrita. Accompagnata da un silenzioso cameriere in livrea si ritrovò seduta su di una grande poltrona, all’interno di un alto salottino decorato da fronzoli in rococò le cui pareti erano colme di quadri e ritratti di personaggi scuri e arcigni. Il camino, troppo grande per quella sala, era stranamente acceso, sebbene fosse già primavera inoltrata, e le grandi finestre gotiche che davano sull’ampio parco erano chiuse. Il sole difficilmente riusciva a penetrare quegli spessi vetri e così l’atmosfera cupa all’interno era in netto contrasto col bagliore quasi estivo dell’esterno.
Clarissa, abituata alla sua villa luminosa e spaziosa, si sentì opprimere da quella sala e stava meditando se andarsene o meno quando entrò, da una porticina seminascosta da un drappo color mattone, una donna sulla cinquantina: era la contessa di Cruny.
La giovane si alzò e si inchinò alla donna che, con fare galante, la fece sedere con garbo e, una volta seduta anche lei, suonò il piccolo campanello che portava con sé. Dopo pochi secondi entrò una cameriera portando un vassoio con dei pasticcini e del the. Clarissa accettò con cortesia il the offertole e, imbarazzata più che mai, cominciò a sorseggiarlo. La bevanda le parve disgustosa ma si trattenne nel fare delle rimostranze e, al contrario, elogiò il castello, il the e perfino i dolcetti che sapevano, al palato della giovane, da ammuffito. Avrebbe voluto dire alla contessa di aprire le finestre e lasciare entrare l’aria mite di campagna ma l’atteggiamento della donna la prevenì da quell’inopportuna richiesta. La contessa infatti era raffreddata, d’altronde non era abituata alla frescura serale, e probabilmente si era ammalata durante la serata proprio a casa dei Wellings. Clarissa si scusò dell’accaduto e cercò di sorvolare sull’abbigliamento troppo scollato che aveva tenuto la contessa la sera prima. La conversazione languiva e la contessa se ne accorse così, dopo aver terminato di gustare il the, disse alla sua giovane ospite:
«Ieri sera sei stata gentile a stare in mia compagnia. In fondo capisco che i giovani vogliano stare tra loro e ben pochi riescono a seguire le conversazioni di un certo spessore, come quella che ho avuto ieri sera insieme alle mie amiche. Certo non ti sei affatto annoiata lo so, ma mio nipote Arthur sostiene il contrario. Quel ragazzo è piuttosto sfacciato non credi?».
Clarissa la guardò stupita non sapendo cosa rispondere a quella domanda che si riferiva a una persona a lei sconosciuta. In effetti Arthur le sembrò un nome banale e, non ricordandosi di alcun giovane con tale nome tra i suoi conoscenti, cercò di essere vaga rispondendole:
«Purtroppo non saprei dirlo perché non l’ho mai incontrato».
La contessa di Cruny fece una smorfia di sorpresa e le disse alzando di un tono la sua voce baritonale:
«Ma come?! Non vi siete mai incontrati? È impossibile!» e senza aspettare la replica della giovane le disse:
«Arthur è un’artista e in questo momento è a Parigi. In verità non ho ben capito se è uno scrittore o un poeta ma tanto non è importante. Comunque conosce tutti a Londra e mi sembra strano che non ti abbia mai visto. Vero è che vivi in un paesino quindi è probabile che tu non lo conosca comunque organizzerò un incontro. In fondo sei gentile e affabile e mio nipote ha bisogno di conoscere gente per bene. Ultimamente è circondato da soldati oltretutto»
«Soldati?» le scappò di chiedere Clarissa. La giovane si maledì per la sua curiosità perché la sua domanda innocente diede il via a un’interminabile monologo della contessa sul mondo militare e sulle imprese di conquista della grande Inghilterra. Stanca di quelle frasi piene di enfasi e di amor di patria della donna, Clarissa cominciò a immaginare lo sconosciuto Arthur e se lo raffigurò come un damerino con la puzza sotto il naso pronto a strillare e a scappare davanti alle prime difficoltà.
Niente di più falso e la giovane se ne rese conto quando, qualche mese dopo, conobbe il famoso Arthur durante un concerto all’aperto tenuto a Hyde Park. Clarissa aveva infatti accompagnato le sorelle Stevenson a tale evento ma non aveva tenuto in considerazione il fatto che quel concerto era molto rinomato e che il bel mondo londinese lo aveva affollato con i suoi vestiti eleganti e i suoi modi raffinati.
La pagoda al centro del parco era ingombra di strumentisti già dal primo pomeriggio sebbene lo spettacolo iniziasse verso sera. La calura quasi estiva si faceva sentire e molte donne erano nascoste da parasoli colorati mentre si sventolavano l’immancabile ventaglio delle grandi occasioni. Le tre giovani, che avevano prenotato in grande anticipo i loro posti, erano sedute all’ombra di un’alta quercia e si divertivano a osservare l’afflusso di persone. Clarissa, in silenzio, guardava il via vai di gente e ascoltava la conversazione tra le due sorelle. Ad un tratto Susan trattenne un gridolino d’eccitazione e disse quasi sussurrando:
«Non è possibile! E’ venuto anche lui!» e dopo che Beth le chiese delle spiegazioni Susan guardò Clarissa, sedutale di fianco, e le disse:
«Non ti scoccia se gli chiedo di venire vero?! In fondo non troverà mai un posto decente tra tutta questa folla» e senza aspettare che l’amica rispondesse in qualche modo si alzò e, con passo deciso, andò incontro a un giovane che stava chiedendo informazioni a una maschera. Quando vide il viso del signor Sewer il cuore di Clarissa accelerò d’un tratto e divenne rossa d’imbarazzo. I due tornarono verso di loro e il giovane salutò le amiche scusandosi del disturbo ma Susan non volle discussioni: il signor Sewer si sarebbe seduto in loro compagnia. Dopo aver barattato il posto con un loro vicino il giovane si ritrovò accanto a Susan. Clarissa gli sorrise solo una volta ma non gli parlò tanto il suo cuore tamburellava nel suo petto. Il giovane, intuendo invece dal suo atteggiamento che non desiderava stargli accanto, cominciò pian piano a chiacchierare con Susan e ben presto si accorse della simpatia della giovane. Questo lo portò a non pensare più a Clarissa che, gelosa, ora voleva andarsene da lì ma Beth le sussurrò di stare calma dato che ormai il concerto era cominciato.
Lo spettacolo fu magnifico ma per Clarissa fu un completo disastro. Volendo andarsene e lasciare la nuova coppietta intenta nei loro frivoli discorsi, decise di salutarli fingendo di aver visto una sua vecchia conoscenza. Il gruppetto così si sciolse e Clarissa cercò tra la folla un ipotetico conoscente con cui mettere in scena la sua dipartita. Stanca di cercare inutilmente decise di dirigersi verso le carrozze a noleggio prese d’assalto dalla folla proveniente dallo spettacolo. Susan, Beth e il signor Sewer l’avevano persa di vista e così Clarissa cominciò a tranquillizzarsi: in fondo quella serata finalmente era finita.
Il via vai di carrozze era continuo e la folla, che si era creata nell’attesa di salire in una di quelle disponibili, era molta. La giovane non aveva voglia di aspettare il suo turno e così decise di incamminarsi verso un’altra zona del parco sperando di incontrare altre carrozze a nolo. Tornando indietro ampliò il suo percorso per non incontrare il trio che evidentemente si era fermato a chiacchierare da qualche parte o che aveva scelto di trascorrere la serata in qualche locale alla moda. Si ritrovò così a passeggiare per un sentiero illuminato dalle lampade a gas. I pochi passanti che incrociava provenivano dallo spettacolo ma ben presto si ritrovò da sola lungo il cammino e la frescura della sera cominciò a farla rabbrividire. La giovane si rese conto di essersi persa ma non volendo tornare sui suoi passi decise di proseguire. In quel momento sentì una voce in lontananza e poco dopo un applauso mesto aggiunto a qualche voce entusiastica. Incuriosita Clarissa seguì quelle voci e si ritrovò di fronte a un laghetto del parco e sul pontile una persona stava parlando a un piccolo gruppo seduto sulla riva. Avvicinandosi sentì il discorso del giovane e osservandolo ne rimase ammaliata.
Gli ultimi bagliori del sole colpivano in pieno la figura del giovane che, vestito con una leggera camicia e dei pantaloni poveri, indossava degli stivaletti sgualciti. I vestiti lo rendevano simile nell’aspetto a un mendicante ma la voce era melodiosa e i capelli biondi brillavano negli ultimi raggi come se fossero incandescenti. Il viso mite e lo sguardo malinconico erano in netto contrasto con la forza delle parole che quello sconosciuto stava recitando. Clarissa, imbambolata nell’osservarlo, quasi non si accorse che il giovane aveva finito la sua poesia e stava tornando dai suoi amici che lo acclamavano a gran voce.
Il giovane sconosciuto ringraziò la piccola folla che si era riunita e, quando incrociò lo sguardo con quello di Clarissa, le sorrise con gratitudine. Il cuore della giovane accelerò d’un tratto e il ricordo del signor Sewer scomparve dalla sua mente in un attimo. Non sapendo cosa dire Clarissa indietreggiò imbarazzata e accelerò il passo tuttavia la voce melodiosa del giovane la fermò e la fece girare. Ora, di fronte a lei, quello sconosciuto le stava chiedendo chi fosse. Farfugliando il suo nome Clarissa si inchinò distrattamente facendolo sorridere e dopo qualche secondo si presentò sorridendole e baciandole la mano:
«Mi chiamo Arthur Bresbee, piacere di conoscervi. Spero vi sia piaciuta la mia poesia».
Il nome di quel giovane la fece rimanere basita e, cercando una logica che in quel momento non riusciva a intuire, gli rispose agitata:
«Il vostro nome non mi è nuovo signore». Arthur le sorrise e le rispose:
«Forse avete sentito parlare di me a Parigi. Io sono un poeta lì ma qui sono conosciuto solo dai miei amici» e li osservò ridendo. I suoi amici erano vestiti elegantemente e Clarissa si accorse di averli scorti durante lo spettacolo al parco. Arthur però non vi aveva partecipato, infatti si sarebbe ricordata di lui vestito da straccione come era. Osservandolo bene si chiese se fosse davvero lo stesso Arthur, il nipote della contessa di Cruny, e ogni cosa coincideva a parte il vestiario. Il giovane, che intanto aveva cominciato a chiacchierare con alcuni suoi amici, si accorse del viso corrucciato di Clarissa e le chiese incuriosito:
«Qualcosa non va nel mio abbigliamento?» e a questa frase i suoi amici scoppiarono a ridere di gusto compreso lo stesso Arthur, divertito dalla sua stessa battuta. Clarissa lo guardò stupita e gli chiese:
«Siete il nipote della contessa di Cruny?».
A quel nome il viso angelico del giovane si rabbuiò e le si fece vicino. Lo sguardo di Arthur le ghiacciò il sangue e gli disse in tono sommesso:
«Non volevo farvi una domanda così diretta ma la contessa mi ha parlato di suo nipote che ha il vostro stesso nome, è un poeta e si trovava a Parigi. Scusate se sono stata così scortese»
«Non preoccupatevi miss» e così dicendo le offrì il braccio aggiungendo:
«Purtroppo sono il nipote di quella donna ma non temete, non ho il suo stesso carattere» e, di nuovo solare, le sorrise con affetto. Clarissa, colpita da quella spontanea gentilezza, gli sorrise di ricambio e gli si strinse al braccio. Allontanandosi dal parco in compagnia di Arthur e dei suoi amici Clarissa dimenticò così definitivamente il signor Sewer e, come se si fosse liberata da un peso, cominciò a chiacchierare del più e del meno con quelle persone che d’un tratto divennero ai suoi occhi le persone più interessanti che avesse mai conosciuto.

Seconda parte 

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