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giovedì 18 giugno 2015

Clarissa - Quarta parte


La famiglia Wellings arrivò a destinazione, e più precisamente in un piccolo villaggio irlandese immerso in una campagna lussureggiante, verso sera durante un tremendo temporale. Non è difficile immaginarsi con quale stato d’animo la famigliola suonò alla porta di un certo O’Sallivan, il proprietario terriero della maggior parte della campagna confinante col villaggio.
Il signor O’Sallivan, che si aspettava l’arrivo dei Wellings per il giorno seguente, fu piacevolmente sorpreso nel trovarsi di fronte, una volta aperta la porta, il trio fradicio e stanco. Senza troppe cerimonie il signorotto li accompagnò nelle loro stanze ringraziandoli della loro visita e dopo qualche momento la domestica servì loro la cena con modesta cortesia.
Clarissa, stanca dal viaggio, quasi non toccò cibo mentre al contrario i suoi genitori fecero incetta di ogni lecornia che la domestica aveva portato. La giovane, osservandoli mangiare, sorrise tra sé ma subito cominciò a osservare dalla finestra lo spettacolo della natura, in quell’ora serale flagellato dal vento e dall’acqua. La giovane ben presto si immerse nei suoi pensieri e il ricordo della festicciola di Arthur Bresbee la fece arrabbiare. Il suo sguardo ora si posò su di un albero le cui fronde si piegavano a tratti a causa del vento e, per qualche strano gioco mentale, Clarissa si raffigurò quella pianta come se fosse una persona che le si inchinasse per chiedere perdono. La giovane, irritata da quell’immagine, distolse lo sguardo e con amarezza pensò ad Arthur e alle ultime parole che le aveva detto quel giorno. Le aveva proposto di fare una gita con lui e i suoi amici e questo era apprezzabile tuttavia, ciò che fece irritare la giovane fu il modo con cui Bresbee la invitò: come se fosse un rimedio al torto che le aveva fatto qualche minuto prima. Una specie di "perdono" tramutato in un invito e così Clarissa, supponendo che fosse questa la motivazione, e non il sincero piacere di Arthur di stare in sua compagnia, inventò la scusa del viaggio in Irlanda.
I ricordi d’un tratto le si affollarono nella mente e l’immagine di Arthur si sovrappose inaspettatamente a quella del signor Sewer. Quel Michael Sewer che l’aveva invitata a passeggio senza apparente motivo e che alla festicciola si era dimostrato brusco e freddo soprattutto nei confronti di Arthur. Clarissa non sapeva spiegarsi il motivo ma il suo risentimento nei confronti del nobile Arthur venne spazzato via quando la sua mente cercò di riordinare le idee riguardo a Sewer. I sentimenti di un tempo riemersero pian piano ma la giovane, confusa più che mai, cercò di tornare al presente e, scacciando tutti quei pensieri, cominciò a sistemare le sue cose nella propria stanza e a cambiarsi per la notte. Accorgendosi poi che i genitori si erano già addormentati da parecchio sospirò tristemente e, finalmente sotto le coperte, chiuse gli occhi cercando di non pensare a nulla sebbene fosse impossibile a causa del suo cuore in tumulto.

La mattina seguente fu una piacevole sorpresa per la giovane. Il podere del signor O’Sallivan era immerso in un paesaggio da fiaba. La casa del signorotto in realtà era una dependance di un antico castello costituito oramai da un alto torrione quasi totalmente invaso dalle piante. Il rudere era tuttavia imponente e Clarissa quella mattina si fermò a osservarlo a lungo. In Inghilterra non esistevano tipologie di castelli come quello infatti era costituito da un’unica grande torre che, nel suo antico splendore, doveva essere formata da diversi piani uniti tra loro da un'unica scala che ancora si poteva notare sotto la fitta vegetazione. O’Sallivan aveva ereditato quel rudere, e il caseggiato attiguo, dalla propria famiglia e, insieme ad esso, una distesa di campi e appezzamenti semi abbandonati. Ovviamente quel signorotto era comparabile a un piccolo nobile rispetto ai ricchi inglesi ma in quel luogo O’Sallivan era rispettato e temuto come un vero Lord.
Mr Wellings, commerciante con grande esperienza, aveva individuato in quel signore la propria possibilità di riscatto. Prendendo accordi con quel uomo avrebbe di certo accresciuto i propri guadagni e con essi il proprio prestigio in patria. Clarissa, totalmente ignara dei piani di rivalsa sociale del padre, si apprestava ora a "esplorare" quel territorio dove il verde brillante la faceva da padrone. Camminando lungo un vialetto affiancato da entrambi i lati da un basso muricciolo si sentì tranquilla e spensierata. La tempesta del giorno prima aveva lasciato sull’erba e sulle piante un velo di rugiada che al sole brillava come tanti diamanti inoltre l’aria era piacevolmente fresca e la giovane si sentì rinascere. I pensieri della sera precedente erano spariti lasciando spazio solo alla meraviglia di quel luogo. Al di là dei muriccioli si potevano notare i campi dove stavano pascolando greggi di pecore di varie razze. Il territorio leggermente collinoso era così puntellato qua e là da chiazze di colore uniforme, segno della presenza di qualche gregge. L’unico fatto che a Clarissa provocò non poche lamentele fu la condizione del vialetto: un’immensa sequenza di pozze d’acqua. La giovane non si soffermò a pensare che forse quel vialetto, ridotto in un susseguirsi di pozzanghere e fango a causa della pioggia, era utilizzato dai carri e non di certo dai paesani che non avevano motivo di indugiare per quei campi in periferia.
Clarissa, scocciata da quel contrattempo e indecisa se proseguire o meno, notò qualche passo più in là, un cancello che si apriva su di un campo in apparenza privo di fango. Con qualche difficoltà arrivò al cancello aperto e, felice di constatare che i suoi stivaletti e l’orlo della sua gonna erano indenni dal fango che la circondava, avanzò nell’erba. Camminando in mezzo al campo si soffermò a osservare il paesaggio che si apriva ai suoi occhi. Notò in lontananza dei contadini intenti a zappare la terra e, in un altro appezzamento, dei carri con sopra delle bestie. Incuriosita la giovane si avvicinò ai pastori e agli animali che a prima vista sembravano pecore ma la loro stazza e le vistose corna erano tipiche dei montoni. A Clarissa, che ovviamente non si intendeva di ovini, sembrarono solo delle pecore strane e grosse quindi, senza paura, avanzò ingenuamente verso di loro. Il muricciolo che delimitava i campi ora era molto più basso rispetto a quello del vialetto e fu facile scavalcarlo. Gli uomini, intanto, non si erano accorti di lei immersi come erano nelle loro faccende ma gli animali invece sì. La presenza della ragazza fu subito notata dai montoni che la osservarono dapprima con curiosità.
Qualche montone le si avvicinò pian piano con titubanza e Clarissa, contenta nel vedere quelle bestie così docili, cercò di accarezzarle ma, evidentemente, il suo gesto fu interpretato come una minaccia e un maschio le si piantò di fronte abbassando il muso in segno di difesa. Le sue corna ricurve erano grandi e sarebbe bastato un colpo bene assestato per far del male a una persona. La giovane, avvertendo solo allora il pericolo, gridò di paura e i pastori si girarono a osservarla. Uno di loro le disse in irlandese di stare calma e di non muoversi ma Clarissa non lo intese e indietreggiò pian piano. Nel frattempo altri montoni le si erano avvicinati con fare minaccioso. I pastori, allarmati, scesero dai carri e cercarono di allontanare i montoni tuttavia le bestie erano molte e la loro stazza rendeva difficile acciuffarle con le sole mani. Clarissa, in preda al panico, non sapeva che cosa fare e le urla di quegli uomini non la facilitavano. D’un tratto un cavaliere, probabilmente il capo di quegli uomini, si intromise col suo cavallo tra la giovane e i montoni e con la frusta disperse il gregge che, con l’aiuto dei cani, fu raggruppato verso l’altra estremità del campo. Clarissa, quasi svenuta, si accasciò a terra e si sentì mancare l’aria. Di fronte a lei il cavaliere la stata osservando senza dire una parola. Evidentemente aveva intuito chi fosse perché, dopo qualche secondo le disse:
«Non vi hanno mai detto di non girovagare per i campi? Eppure venite da un posto civilizzato!»
E dicendo questo chiamò a gran voce un uomo intento al gregge e gli disse in modo spiccio di accompagnare la ragazza a casa sua. Il pastore, un uomo robusto e con una barba incolta, gli rispose di non sapere chi fosse la giovane e dove abitasse. Il cavaliere, sceso allora da cavallo, squadrò Clarissa che era rimasta imbambolata a osservarlo, e le chiese infastidito:
«Siete ospite del signor O’Sallivan vero? » e, senza aspettare risposta, l’aiutò a tirarsi su e la guardò fisso negli occhi. Clarissa, notando i suoi modi bruschi e come la osservava, si imbarazzò molto e abbassò lo sguardo per nascondere le lacrime che cominciavano già a scenderle dalle guance rosse di vergogna. L’uomo, notato ciò, sospirò dicendole di non piangere e, come se fosse una piuma, la fece salire sul cavallo e, salito lui stesso, disse al pastore, che lo stava fissando immobile, di avvertire il resto degli uomini perché avrebbe riportato indietro la giovane.
Incitato il cavallo partirono al trotto e in poco tempo arrivarono al casolare del signor O’Sallivan. L’uomo fece scendere Clarissa senza troppe cerimonie e, senza dirle una parola, bussò alla porta. L’incidente fu subito accolto da esclamazioni di sorpresa da parte sia degli O’Sallivan che da parte dei genitori di Clarissa convinti che fosse rimasta nella sua stanza per tutto quel tempo. La giovane, che avrebbe voluto ringraziare il cavaliere sconosciuto, non ebbe modo di affrontare quel discorso perché l’uomo, salutati i presenti e accettati i ringraziamenti e le scuse da parte dei Wellings, se ne tornò al trotto da dove era venuto senza dire una sola parola in più.
Rimasti soli con Clarissa i genitori vollero farle un bel discorsetto sul suo modo di fare perché in fondo non erano in Inghilterra ma in un paese diverso e quindi doveva seguire le loro regole. La giovane ascoltò senza replicare ma quando sua madre le disse che avrebbe dovuto ringraziare personalmente il suo salvatore Clarissa divenne rossa e piena di imbarazzo le disse:
«No! Lo avete già ringraziato e poi, non avete visto come si è comportato? Non avrebbe senso andare di nuovo da lui per ringraziarlo nuovamente»
«Clarissa! Ma non ti ho forse insegnato le buone maniere?! Andrai a scusarti per il disturbo che hai provocato e lo ringrazierai per il suo aiuto. Se non fosse stato per lui chissà che cosa ti sarebbe successo! »
Mrs Wellings non riuscì a continuare tanto la commozione le rese incerta la voce e così suo padre finì il discorso per lei:
«Tua madre ha ragione. Oggi stesso, quando ti sarai calmata, farai una visitina a questo gentile signore e lo ringrazierai. Gli porterai qualche dolcetto, non so, perché le signorine da bene si comportano così»
Clarissa li guardò stupefatta: e il suo orgoglio dove lo metteva? Dentro di sé si disse che mai e poi mai avrebbe ringraziato un uomo così brusco e maleducato: insomma l’aveva trattata come un sacco di patate. No! Arthur e nemmeno Sewer l’avrebbero mai trattata in quel modo.
Ma tantè dopo pranzo la giovane fu accompagnata dal signor O’Sallivan a fare una visita al suo salvatore. La casupola era piccola e circondata da un giardino incolto. Quel luogo mise in agitazione la giovane ma il signor O’Sallivan le sorrise e, accompagnandola alla porta, le disse:
«Il signor O’Connor può sembrare antipatico a prima vista ma in fondo è un buon giovane»
Clarissa, soffermandosi sulla parola giovane, si confuse ancora di più ma non ebbe il tempo di chiedere altre spiegazioni perché la porta si aprì in quel momento.
Il signor O’Connor li squadrò con freddezza ma fu solo un attimo perché subito si rivolse a Clarissa chiedendole:
«State meglio? »
«Sì signore…» gli rispose senza guardarlo negli occhi.
Il signor O’Connor li lasciò entrare in casa dicendo, forse a se stesso:
«Non badate al disordine…» e poi, ricordatosi che c’era anche O’Sallivan, disse a quest’ultimo:
«Il viaggio è stato complicato ma le bestie sono tutte e in buona salute»
«Perfetto signor O’Connor. Siete una garanzia per queste questioni»
Il giovane sorrise un po’ imbarazzato e Clarissa, per la prima volta da quando lo aveva incontrato, si stupì nell’osservare i suoi occhi azzurri. Gli occhi di quello sconosciuto erano così simili a quelli di Arthur eppure erano tremendamente diversi. Lo sguardo di Arthur era solare ed esprimeva la gioia di vivere mentre lo sguardo del signor O’Connor era freddo e indagatore tuttavia, raramente, i suoi occhi brillavano di gioia. Fu proprio allora che Clarissa notò quel repentino mutamento di spirito ma fu solo un attimo perché ora l’uomo la stava osservando serio. La giovane, confusa, gli porse il pacchetto con i dolcetti e lo ringraziò di cuore ma senza guardarlo.
O’Connor accettò il pacchetto e, in tono schietto, le disse:
«Il vostro posto non è nei campi quindi vi consiglio di non disturbarci più con le vostre passeggiate… o forse non avete di meglio da fare? »
Clarissa lo guardò rossa di vergogna ma subito il signor O’Sallivan replicò scherzosamente:
«Avanti James non siate così brutale con la giovane miss. È appena arrivata dall’Inghilterra, si deve ancora abituare ai nostri ritmi»
«Allora è meglio per voi se vi abituate rapidamente miss» le disse guardandola fisso negli occhi. Clarissa, cercando di stare calma e di trattenere le lacrime, gli rispose con voce tremante d’ira:
«State certo che non vi infastidirò mai più».
A quelle parole il signor O’Connor sorrise tra sé e, rivolgendosi ora al suo amico, disse:
«Avrei altri impegni ora quindi, se permettete, dovrei andare».
Il signor O’Sallivan subito lo salutò e accompagnò Clarissa al calesse. La giovane ora non riusciva più a distogliere il suo sguardo dal viso di O’Connor tanto il suo cuore era pieno di risentimento. Il giovane invece la osservò andarsene con curiosità e con una punta di tristezza. Solo allora cominciò a riflettere su come aveva trattato quella giovane ma, distogliendo lo sguardo, si disse che non era il caso di fingere gentilezza quando in realtà non gli premeva affatto quella ragazzina. Tuttavia, inaspettatamente, il ricordo della giovane lo accompagnò per tutto il giorno e con disappunto si avvide, verso sera, che forse si era comportato in modo un po’ troppo brusco con lei: in fondo era una donna e non un suo pastore. Finalmente, prima di prendere sonno, decise che si sarebbe scusato per i suoi modi poco gentili ma subito il suo orgoglio ne risentì e così passò la notte insonne. 

I giorni seguenti passarono molto lentamente per Clarissa abituata come era alla sua vita in Inghilterra. Ogni giorno infatti la sua famiglia riceveva la visita di qualche parente o di qualche caro amico, inoltre non poter passeggiare da sola per i campi e il fatto di stare chiusa in casa rese le sue giornate alquanto monotone e tediose.
L’unica novità fu una serata danzante che quel sabato si sarebbe svolta all’interno della sala comunale del villaggio. I Wellings furono ovviamente invitati come ospiti d’onore in quanto stranieri e amici del signor O’Sallivan. Clarissa fu felice di poter indossare una volta tanto un vestito da sera che si era portata da casa e così alla festa la famigliola si presentò tutta in ghingheri. Quando entrarono con un certo fare regale i paesani li guardarono esterrefatti. In verità era presente l’intero villaggio e quella gente, contadini e pastori, non avevano mai visto tanta eleganza e presto tutti vollero salutarli e si creò in poco tempo attorno al trio una piccola folla. Clarissa, stupita da tanto clamore, si guardò attorno e notò con delusione che i paesani non vestivano abiti eleganti, perché in fondo non ne avevano, e che la sala sembrava più un’enorme stanzone poco adorno e illuminato e non certo una sala da ballo a cui era da sempre abituata.
Mrs Wellings, con disappunto, rimarcò gli stessi pensieri della figlia quando le disse all’orecchio:
«Ma dove siamo capitate? E che razza di festa è? »
Ma mr Wellings le disse in tono fermo:
«Siamo ospiti di questa gente quindi non lamentarti ma saluta con educazione. Anche tu Clarissa! »
notando che la giovane non manifestava alcuna emozione. Ben presto il signor O’Sallivan, a braccetto con sua moglie, li accompagnò al loro tavolo e si mise a conversare amichevolmente con i suoi genitori mentre Clarissa, rimasta in disparte, osservava tutto con muto stupore.
Ad un tratto, in un angolo del salone, alcuni uomini cominciarono a suonare violini, tamburelli e fisarmonica e la gente si mise a ballare in coppia al centro della stanza. La musica era allegra e molti di quelli che erano rimasti seduti nei pochi tavoli addossati alle pareti, iniziarono a chiacchierare rumorosamente e a bere della birra. Clarissa, sconvolta da tutto quel caos vivace, non sapeva che fare ma quando si avvide che un uomo le chiedeva gentilmente se voleva ballare rifiutò con fermezza. Quei balli non li conosceva e non voleva certo fare una brutta figura quindi tentò in ogni modo di rifiutare i ripetuti inviti che le venivano offerti da parecchi signori. Quando suo padre si avvide del comportamento poco socievole della figlia si adirò non poco e con stizza la obbligò a ballare. E così Clarissa venne catapultata nella baraonda generale e si ritrovò a danzare in modo alquanto strano, ai suoi occhi, con gente totalmente sconosciuta ma decisamente allegra e cordiale.
L’atmosfera festosa contagiò pian piano Clarissa che dopo qualche ballo cominciò a lasciarsi andare e i passi le divennero in poco tempo familiari. Accorgendosi poi che anche sua madre era divenuta allegra, forse grazie a un boccale di birra bevuto per curiosità, la giovane si sentì felice e rise di gusto quando anche mrs Wellings fu invitata a ballare dal signor O’Sallivan.
La festa non poteva andare meglio ma Clarissa, notando la presenza del signor O’Connor in un angolo che la fissava serio, si confuse e tutta la magia della serata svanì. Tutto le tornò tedioso e la infastidì così decise di uscire dalla sala per prendere una boccata d’aria.
Il corridoio, in penombra rispetto alla sala illuminata a giorno, era in quel momento vuoto. La giovane si appoggiò al davanzale di una finestra e, pensierosa, cominciò a osservare il paesaggio irlandese che si stagliava, nella debole luce lunare, davanti a sé. Sospirando cercò di tornare serena come prima ma il pensiero che quel O’Connor l’avesse vista la fece fremere di rabbia. Chiuse gli occhi cercando di scacciare l’immagine di quell’uomo ma la sua voce d’un tratto la fece girare di scatto.
«Vi state divertendo miss? »
«Sì signore» gli rispose in tono asciutto.
O’Connor le si fece accanto e, guardando fuori, le disse:
«Stasera è una bella serata e voi ballate davvero bene».
Il giovane, che cercava di essere cortese, tentò di sorriderle ma il suo orgoglio soffocò la sua gentilezza e così, dopo qualche minuto di silenzio imbarazzante, sbottò:
«Siete fin troppo elegante per questi qui» indicando la porta del salone da dove provenivano le musiche e gli schiamazzi gioiosi. Clarissa lo guardò in malo modo ma il giovane non notò il suo sguardo e continuò:
«Noi siamo gente semplice e di buon cuore e, come vedete, ci divertiamo con poco. Non c’era bisogno di pavoneggiarsi come avete fatto. Tutti qui sappiamo che siete degli inglesi ricchi, non serviva questa messa in scena…».
La giovane, ormai furiosa, lo apostrofò dicendogli:
«Ma che cosa volete? Non vi ho forse ringraziato per il vostro aiuto? Lasciatemi quindi in pace! » e così dicendo si mosse per tornare nella sala ma O’Connor la fermò per un braccio. Con il cuore in gola Clarissa lo guardò negli occhi senza dire nulla. I due giovani si fissarono a lungo senza dire una parola e la giovane notò qualcosa di nuovo nello sguardo di lui. Dopo qualche minuto O’Connor la lasciò andare e le sorrise dicendo:
«Sapete, il vostro viso non mi ha fatto chiudere occhio stanotte»
«E con ciò? Ne ho forse colpa? » gli rispose confondendosi alquanto.
O’Connor la osservò senza rispondere e poi, come se si fosse ricordato solo allora di un impegno, se ne andò verso l’uscita lasciando Clarissa stupefatta.
La serata per Clarissa fu da allora un tormento. Il viso di O’Connor continuava ad affacciarsi nella memoria e le sue parole la confusero. Tornata a sedersi al suo posto non si mosse più e fu come se un’altra ragazza avesse preso il posto di Clarissa da quanto il suo umore era cambiato. I suoi genitori, accortosi di ciò, decisero che era il momento di andarsene e così, insieme agli O’Sallivan, tornarono tutti al casale chiacchierando allegramente. Tutti tranne la giovane Clarissa che, chiusa in un silenzio ostinato, non proferì parola.

***

James O’Connor era un giovane schivo e dai modi schietti. Era figlio del fattore di fiducia del signor O’Sallivan. Divenuto orfano fin da piccolo fu cresciuto dagli O’Sallivan che lo trattarono sempre come un figlio. I figli naturali del signorotto emigrarono in America in cerca di fortuna e così James divenne il pupillo del proprietario terriero. Questo non facilitò la vita del giovane perché divenne il fattore dei possedimenti degli O’Sallivan e questo comportò molte responsabilità.
A differenza del coetaneo Arthur Bresbee, James O’Connor era quindi un uomo fattosi da sé ed estremamente pratico. I suoi modi esprimevano in pieno il suo carattere fiero e orgoglioso, lontano dalle logiche della "cortese gentilezza" tanto di moda allora nei salotti di nobili e borghesi europei.
O’Connor era così simile a Michael Sewer e non al poeta e sognatore Arthur Bresbee. Tuttavia Sewer era estremamente timido e, vissuto nel bel mondo londinese, era cresciuto seguendo fedelmente le regole non scritte dell’etichetta nobiliare. Era un perfetto gentleman, cosa che aveva affascinato Clarissa fin dal loro primo incontro.
Paragonare i tre giovani fu una tortura mentale a cui Clarissa si dedicò quasi in modo involontario da quella sera in avanti. I giorni infatti passarono monotoni come sempre in quel luogo straniero ma le visite di O’Connor divennero sempre più numerose. Infatti il giovane, essendo il fattore, doveva sempre consultarsi col padrone ovvero con O’Sallivan e così Clarissa ebbe modo di osservarlo a fondo. Ogni suo gesto e ogni parola vennero analizzati dalla giovane che catalogava in un taccuino gli aspetti positivi e negativi del giovane. Alla fine per lei O’Connor divenne un passatempo e le sue visite divennero routine.
L’estate arrivò anche in Irlanda e le giornate cominciarono a essere gradevoli. Il sole non tormentava con il suo calore afoso e il venticello che spirava sempre da ovest era fresco. Gli O’Sallivan decisero allora di fare una gita sulla costa e invitarono i Wellings. Clarissa, felice di poter vedere l’oceano per la prima volta, aspettò con ansia il giorno della partenza. Si stupì però nel sapere che O’Connor avrebbe fatto parte della combriccola. Lei non lo voleva accanto a sé.
Arrivato il giorno della gita, con trepidazione tutti salirono in carrozza: il tragitto non sarebbe durato che poche ore. Clarissa, salita con i suoi genitori si avvide che il posto designato per O’Connor fu proprio quello di fronte a lei. Scocciata nel dover stare di fronte al ragazzo si chiuse in un silenzio risentito e questo provocò un certo piacere al giovane che non aveva per nulla voglia di chiacchierare.
In quel luogo la costa rocciosa creava dei pendii vertiginosi a strapiombo sull’oceano sottostante che si infrangeva con moto continuo e cadenzato sugli scogli. Il vento spirava dall’orizzonte ignoto, che sembrava una tenua linea azzurrina che a mala pena si scostava dal colore uniforme del cielo, che in quel giorno era sgombro da nubi.
L’immensità dello specchio d’acqua lasciò senza parole Clarissa e O’Connor, osservandola, le disse d’un tratto in un sussurro:
«Ecco ora sapete che cosa provo quando vi vedo…»
La giovane si girò a fissarlo incredula ma non gli rispose. Lo sguardo del giovane era di nuovo cambiato: ora era felice. Confusa Clarissa tornò a guardare l’oceano ma una strana inquietudine l’assalì. In fondo per tutte quelle settimane lo aveva detestato e si era convinta che quel sentimento fosse da lui ricambiato tuttavia quella frase fece crollare le sue convinzioni come un castello di carte sotto a una potente folata di vento. Giratosi lo osservò di nuovo e gli disse dopo qualche secondo:
«Ma voi non mi sopportate!»
«Quello che non sopporto è il fatto che siete sempre nei miei pensieri, non voi» e la guardò sorridendo. I suoi occhi chiari brillavano ora più che mai. Ancora più confusa Clarissa replicò quasi infastidita:
«Vi state prendendo gioco di me»
La reazione di O’Connor la sorprese alquanto: alle sue parole scoppiò a ridere di gusto e, soffocando le risa, le rispose:
«Un giorno mi capirete vedrete»
«Sciocchezze!» fu la risposta repentina di lei e, con fare sbrigativo, si avviò verso i genitori che stavano chiacchierando insieme agli O’Sallivan.
Clarissa, per il resto della gita, cercò così di non badare a O’Connor e di ascoltare con attenzione le chiacchiere del resto del gruppo. Come sempre mrs Wellings si mise al centro dell’attenzione generale introducendo interessanti argomenti di conversazione come la nascita geologica di quelle scogliere o le varie leggende che legavano quel luogo a un sito di culto degli antichi celti.
Il signor O’Sallivan fu sorpreso nel riconoscere nella sua ospite tanto amore per la conoscenza e, come se il resto del gruppo non esistesse, i due cominciarono a divagare in quegli argomenti che evidentemente interessavano solo a loro due.
Dopo aver consumato il pranzo al sacco la comitiva decise poi di tornare al villaggio ma quando furono di fronte al casolare degli O’Sallivan, la domestica corse loro incontro dicendo trafelata che era arrivato da poco un signore dall’Inghilterra. Tutti si stupirono a quella notizia dato che gli O’Sallivan non aspettavano altri ospiti. Così, quando entrarono in salotto, la visione del signor Sewer ammutolì i presenti.
Il giovane era conosciuto dal signor O’Sallivan in quanto la tenuta del giovane era nella stessa contea del villaggio tuttavia non era frequente la sua visita e soprattutto non direttamente a casa del signorotto che, difatti, rimase basito quando il giovane, leggermente imbarazzato gli disse porgendogli la mano in segno di saluto:
«Buongiorno signor O’Sallivan. Mi dispiace disturbarvi senza preavviso ma ho una notizia importante da riferire a miss Clarissa» e così dicendo si avvicinò alla giovane che, rossa d’imbarazzo, non sapeva che cosa fare.
Un pensiero balenò in quel momento nella mente di tutta la famiglia Wellings: Sewer voleva dichiararsi a lei e i genitori, muti e speranzosi, lo guardarono benignamente mentre O’Connor, rimasto in disparte, lo osservò pensieroso.
Davvero era giunto fin lì per dichiararsi o c’era un altro urgente motivo? 


Quinta parte 

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