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giovedì 11 giugno 2015

Clarissa - Terza parte


Mrs Wellings era solita recarsi il sabato mattino al negozio di dolciumi di mrs Johnson che si trovava lungo la strada principale del paesino. I pasticcini di mrs Johnson erano apprezzati da tutti fuorché dalla contessa di Cruny, che li detestava più per motivi di orgoglio che di gusti.
Mrs Wellings, nonostante la sua non più giovane età, era ammirata per il suo portamento e, quando entrò nel negozio col suo incedere elegante, fece bella mostra del suo vestito a righe color lavanda.
Le donnine sedute ai tavolini si girarono a osservarla curiose e subito mrs Johnson le si fece accanto chiedendole con cortesia quali dolciumi volesse ordinare allora.
La donna le indicò qualche pastina e, mentre la padrona del negozio armeggiava con i dolciumi, mrs Wellings lasciò vagare lo sguardo per lo stanzone e si accorse con suo disappunto che mrs Stevenson la stava salutando da un tavolino non lontano.
Le due donne ufficialmente erano grandi amiche ma la segreta invidia di mrs Wellings per il rango nobilare dell’altra, le causava sempre una forte emicrania. Capitò anche allora e con un discreto sorriso accennò un cenno di saluto. L’eimicrania cominciava a farla soffrire e, quasi spazientita, prese con sveltezza il pacchetto che le porgeva mrs Johnson dimenticandosi per un attimo delle buone maniere. La negoziante la guardò stupita domandandosi come mai avesse così tanta fretta ma, accortosi che la stava pagando, scacciò quella impressione dicendole sorridendo:
«Grazie Mrs Wellings e buona giornata».
Mrs Wellings borbottò anch’ella la sua frase cortese di circostanza e guadagnò subito l’uscita. Ripreso fiato cominciò a camminare in direzione della chiesa del paese, di lì avrebbe proseguito lungo il viale alberato. Intenta a osservare le vetrine dei negozi lungo la via presto si fermò e, assorta nella contemplazione di uno scialle color crema di ottima fattura, non si avvide dell’avvicinarsi di una donna alle sue spalle.
La vocina timida della donna la fece girare di scatto e subito fu inondata da quel malessere che le era tanto familiare. Mrs Stevenson, così minuta e fagottata nel suo scialle marroncino, sembrava una popolana in confronto all’eleganza di mrs Wellings. Tuttavia il vestiaro della nobildonna non doveva trarre in inganno perché mrs Stevenson aveva ben altre qualità che la sua invidiosa amica non tollerava. Ad esempio mrs Stevenson era dotata di una pazienza e di una bontà fuori dal comune e il fatto di avere due figlie, Susan e Beth, già perfettamente a loro agio in società, cosa che non si poteva dire di Clarissa, era un punto a suo favore. Oltre a ciò quello che mrs Wellings non sopportava di più era anche, e soprattutto, il fare fin troppo cerimonioso dell’altra. Mrs Stevenson era così agli occhi della borghese mrs Wellings fin troppo cortese, fin troppo gentile e fin troppo educata. Dove volesse andare a parare con le sue smancerie la donna non sapeva spiegarselo e quindi, con aria interrogativa, aspettò che l’amica cominciasse il suo monologo che, dopo qualche secondo, non tardò ad arrivare:
«Buongiorno Mrs Wellings! Sono davvero contenta di vedervi.Vi ho visto da Mrs Johnson qualche minuto fa e mi siete sembrata un po’ di fretta. Sono lieta quindi di potervi rivedere e discorrere con voi con più calma. D’altronde al negozio c’erano molte persone e sarebbe stato disdicevole invitarvi davanti a tutti perché so bene che siete una persona riservata e la troppa attenzione vi stordisce. Indossate tuttavia un meraviglioso vestito Mrs Wellings e di certo le attenzioni dei passanti devono essere tutte per voi. Ammiro il vostro buon gusto, in verità vorrei un giorno invitarvi a fare compere in mia compagnia sempre se non vi disturba. Il mio gusto in fatto di vestiario non è proprio buono come vedete anche se molto comodo».
Tutto quel discorso, fatto senza un’apparente pausa, infastidì non poco mrs Wellings che sentì la sua emicrania aumentare esponenzialmente alla quantità di parole che la sua amica continuava, sempre sorridendo, a pronunciare. Ben presto le parole della donna cominciarono, nella mente di mrs Wellings, a ingarbugliarsi fino a quando divenne un vociare sommesso di sottofondo ai suoi pensieri. Le due donne, che ora stavano camminando lungo la via principale, sembravano apparentemente immerse in una fitta chiacchierata che in verità era tutta a favore di mrs Stevenson.
Infatti la sua amica, che le procedeva a fianco, le rispondeva a monosillabi senza capire quasi nulla di quello che le stesse dicendo. D’un tratto però mrs Stevenson accennò a Clarissa e il nome di sua figlia la fece tornare in sé. In un attimo l’emicrania le passò e, con le orecchie tese, ascoltò quello che l’amica le stava dicendo allora:
«Vostra figlia miss Clarissa è davvero un’ottima giovane. Le mie due figlie sono davvero contente di poter avere un’amica tanto gentile e buona. Sono altresì dispiaciute che non possa andare in loro compagnia in gita presso Amesbury»
«Amesbury?! Non è molto lontano da qui…» si intromise mrs Wellings pensierosa.
«Le mie due figlie mi hanno raccontato che non lontano da questo paese si trova un sito interessante. Mi hanno spiegato che in cima a una collina ci sono delle grandi pietre poste in cerchio risalenti a un’epoca remota. Affascinante non credete Mrs Wellings?»
L’amica, che le rispose affermativamente con un cenno del capo, cercò di capire dove la nobildonna volesse arrivare col suo discorso contorto ma, alla fine, si arrese e l’ondata di parole di mrs Stevenson ricominciò con nuovo slancio. Nel frattempo avevano superato la chiesa, salutato il Pastore e alcuni signori con cui stava conversando, e ora stavano camminando lungo il viale alberato.
Il flusso di parole dell’amica fece ripiombare mrs Wellings nella sua penosa emicrania e, non sapendo come concludere definitivamente quell’insopportabile chiacchiera e, vedendo che la propria villa era ancora lontana, decise di cambiare discorso e disse troncando di netto la frase dell’amica:
«Da quello che mi ha riferito mia figlia la festicciola del signor Bresbee è stata un successo»
«Oh sì! Le mie due figlie sono state davvero felici di esserci state. Come vi ho detto poco fa, è stata alla festa del signor Bresbee che hanno deciso di fare la gita vicino a Amesbury. Vostra figlia non può andarci ed è davvero un peccato».
Mrs Wellings, caduta allora dalle nuvole, si convinse di aver perso la parte più interessante di tutto quel contorto discorso e, maledicendosi tra sé per non averlo ascoltato con più attenzione, tentò di formulare il modo per estorcere di nuovo alla sua amica le informazioni più importanti. Una tra tutte: perché Clarissa non sarebbe andata in gita con i suoi amici? Non c’era alcun motivo per rifiutare un invito ma si ricordò allora del carattere fin troppo schivo e timido di sua figlia e, sospirando, non replicò alle parole di mrs Stevenson che, attenta, la osservava ora con curiosità.
Il sospiro dell’amica fu un incentivo a mrs Stevenson per dirle con premura:
«Oh non dovete preoccuparvi! Gli irlandesi sono un popolo mite e gentile. Vostro marito fa bene a portarla con sé. La gita potrà sempre essere rifatta in un altro giorno non credete?».
Stavolta mrs Wellings guardò la sua interlocutrice con stupore domandandosi che cosa c’entrassero gli irlandesi con la gita a Amesbury e soprattutto con suo marito. Il ricordo di una discussione avuta con lui riguardo a un suo viaggio di lavoro la fece però arrabbiare. Gli irlandesi non le stavano particolarmente simpatici e dover commerciare con loro era un vero e proprio ripiego. Ovviamente suo marito era di tutt’altro avviso e quindi, come sempre, impuntandosi perché le donne non capivano nulla di commercio, aveva vinto lui. Sarebbe andato in Irlanda a breve, tra qualche giorno, ma Clarissa non doveva andare con lui, lei in tutta quella storia non c’entrava.
Ora le parole di mrs Stevenson la misero in confusione ma fortunatamente per lei era arrivata di fronte al suo cancello e così, salutando sbrigativamente la sua amica chiacchierona, entrò in casa in cerca di Clarissa. Doveva chiarirsi le idee a riguardo e solo sua figlia poteva sbrogliare la matassa contorta dei suoi pensieri.

La festicciola avvenuta qualche giorno addietro era stata appunto un successo. Arthur Bresbee aveva invitato i suoi amici francesi e anche i propri vicini tra cui Clarissa e le due miss Stevenson.
Clarissa, accompagnata dalle due sorelle, non era particolarmente a proprio agio in quanto anche il signor Sewer era stato invitato e, ricordandosi della strana passeggiata avuta con lui tempo addietro, divenne pensierosa chiudendosi in un mutismo che le due sorelle Stevenson interpretarono subito con la sua timidezza.
Arrivate a destinazione le tre giovani furono accolte da un Arthur Bresbee cortese e gioviale, cosa che affascinò le due sorelle ma non Clarissa che, imperterrita nel suo distacco, non si animò nel rivederlo. Arthur, che sembrò non far caso al comportamento dell’amica, invitò le tre giovani a unirsi alla festicciola in giardino. All’ombra di una graziosa tenda alcuni giovanotti di buona famiglia stavano chiacchierando attorno a un tavolo imbandito con le leccornie di stagione. Alcuni giovani, che Clarissa riconobbe subito avendoli visti al suo primo incontro con Bresbee a Hyde Park, erano in piedi un po’ in disparte mentre altri stavano chiacchierando compostamente seduti a tavola. L’arrivo del nuovo gruppetto animò i giovani che subito si alzarono e si diressero verso le giovani per presentarsi. Arthur, da perfetto padrone di casa, fece le presentazioni che a Clarissa sembrarono troppo cerimoniose e, notando solo allora che Sewer la stava osservando al di là del tavolo, si girò a conversare con un francese che le capitò davanti proprio allora.
Il giovane cominciò subito a chiacchierare con lei ma il suo modo di fare troppo esuberante convinse Clarissa a concludere con un sorriso l’approccio del giovane che rimase sorpreso. Scansato l’invadente giovanotto Clarissa si sedette in disparte cercando di non farsi notare. Il suo disagio era infatti aumentato vedendosi circondata da persone che con lei non avevano nulla a che vedere. Infatti la giovane era l’unica borghese del gruppo e la sua inferiorità di status sociale le era sempre rammentata in ogni piccolo gesto o sguardo innocente che riceveva. Cercando di dissimulare con dei sorrisi cortesi la sua ansia tentò di prestare ascolto agli argomenti di conversazione che i giovani, tornati a sedersi ai propri posti, avevano cominciato allora a introdurre. La chiacchierata generale riguardava gli avvenimenti politici che infervorarono non poco i francesi che, essendo dei soldati, chi capitano e chi tenente, conoscevano in prima persona.
La situazione critica tra il regno di Prussia e la Francia fu trattato dai francesi ovviamente dal loro punto di vista. Era infatti scontato che presto tra le due potenze si sarebbe arrivati al conflitto armato. Arthur, che sosteneva le tesi dei suoi amici, si animò tutto d’un tratto esclamando, diretto a un suo amico:
«Se fosse necessario combatterò al vostro fianco!»
La sua frase fu accolta da risate di scherno perché Arthur era un nobile inglese e l’Inghilterra era neutrale ma il giovane si accalorò e, risentito, rispose alle frecciatine dei suoi amici:
«Sono inglese di nascita ma non di cultura! Ho vissuto con la mia famiglia a Parigi e solo talvolta ritorno in questa terra. Io sono francese quanto voi e quindi mi spetta di diritto combattere a vostro fianco!»
«Quindi, signor Bresbee, se l’Inghilterra entrasse in guerra a fianco della Prussia voi combattereste contro la patria che vi ha dato i natali?»
La domanda del signor Sewer gelò per un attimo l’atmosfera goliardica che si era creata, tutti ora lo fissavano ammutoliti compresa Clarissa che lo osservò con muta sorpresa.
Arthur, non sapendo cosa rispondere, cercò di essere vago dicendo:
«Non vedo il motivo per cui l’Inghilterra dovrebbe entrare in guerra quindi non mi pongo questo dilemma» e, di nuovo sorridente, disse ora al gruppo ancora silenzioso:
«Vi avevo promesso una partita di cricket: ebbene signori seguitemi!»
I francesi si alzarono ricominciando a chiacchierare del più e del meno e, salutando le tre giovani rimaste ai propri posti, si diressero al centro del prato in attesa che la partita iniziasse.
Le squadre furono presto formate e Arthur cominciò a spiegare le regole ai francesi che non conoscevano quel gioco. Le giovani miss Stevenson, nel frattempo, iniziarono sottovoce a commentare ciò che stavano osservando. Susan, la più loquace, disse d’un tratto a Beth:
«Arthur Bresbee è davvero un signore. La sua ospitalità e gentilezza sono da ammirare»
«Immagino che non siano solo le sue qualità interiori a interessarti» le rispose la sorella sorniona. Susan, sorridendo, replicò:
«Il signor Bresbee è senz’altro un bel giovane ma il signor Sewer… »
Susan non riuscì a proseguire la frase in quanto si avvide che Clarissa, seduta non lontano, la stava ascoltando. Subito la giovane cambiò discorso e, stavolta parlando a voce alta, disse diretta a Clarissa:
«Immagino che tu sia felice di far parte di questo gruppo di amici. D’altronde il signor Bresbee è davvero gentile ad averti invitato anche se non capisco come tu sia riuscita a conoscerlo. A ogni modo sei davvero una persona fortunata».
Queste frasi, dette con apparente ingenuità, nascondevano una segreta invidia che Susan celava per l’amica. Clarissa infatti, secondo il pensiero di Susan, non doveva essere lì perché non era nobile e l’amicizia con una borghese era vista da lei come pura compassione, nulla di più. Beth, allarmata da quelle frasi, subito parlò prendendo le difese di Clarissa. Ella infatti disse:
«Susan non essere scortese. Clarissa è stata invitata perché fa parte delle nostre conoscenze»
«Appunto Beth, lei è fortunata» replicò la sorella.
Clarissa, che le ascoltava sconcertata, non sapeva come difendersi e come replicare a quelle ingiuste parole ma, d’un tratto, la voce di Sewer la sorprese. Il giovane infatti aveva ascoltato senza farlo apposta i discorsi delle due sorelle dato che avevano parlato a voce alta. Con tono serio le apostrofò dicendo:
«Scusate ma chi sarebbe la fortunata? E poi per quale motivo?»
e vedendo che entrambe non rispondevano proseguì:
«Essere qui non è un privilegio. Il fatto che miss Wellings sia borghese e che sia una vostra conoscenza non centra nulla col motivo per cui è stata invitata. D’altronde il signor Bresbee non conosce il suo status sociale e perché dovrebbe importargli?».
Gli altri giovani, avendo notato che Sewer non giocava perché impegnato a chiacchierare con le tre giovani, si avvicinarono e Bresbee gli chiese, avendo sentito solo l’ultima frase:
«Di che cosa dovrebbe importarmi signor Sewer?»
Il giovane si girò a fissarlo e subito gli rispose:
«Immagino che non vi importi se qualcuno è nobile o borghese»
«Dipende signor Sewer. Ci sono nobili e nobili, e ci sono borghesi e borghesi»
«Il vostro pensiero è curioso signor Bresbee. Quandi per voi lo status sociale è del tutto relativo»
«Intendevo dire che chi è nobile lo deve essere a prescindere dalla sua classe sociale»
«E chi è borghese invece?» si intromise un francese.
«Francamente non ne ho idea perché non ho amici borghesi ma credo che il concetto si possa allargare anche a loro… certo i borghesi sono tutt’altro» gli rispose Arthur sorridendo.
Il signor Sewer, osservando di sottecchi Clarissa che, muta, ascoltava con lo sguardo a terra, replicò dicendo:
«Sul serio?!» e gli rise in faccia.
Non comprendendo la burla diretta ad Arthur anche gli altri giovani cominciarono a ridere e iniziò una divertente parodia dei modi di fare del “borghese” e del “nobile”.
Arthur, compiaciuto di aver fatto divertire il gruppo, cominciò a imitare con energia i diversi modi di fare incitato dai francesi.
Clarissa, sconvolta, non riuscendo più a trattenersi, si alzò di scatto e senza dire nulla lasciò il gruppo cercando di rientrare al castello. Arthur, non capendo che cosa avesse l’amica, la raggiunse una volta entrato nel salone d’ingresso e lì la vide piangere sommessamente seduta su di un sofà.
Il giovane, stupito, le fu accanto ma, sentendo dalle voci in giardino che anche il resto del gruppo li stava per raggiungere, si precipitò fuori dicendo che sarebbe subito tornato da loro e che Clarissa si era sentita male e che aveva bisogno di stare un attimo da sola.
Sewer, intuito il vero motivo del malessere di Clarissa, prese per un braccio Arthur e insieme rientrarono nel salone. Nel frattempo Sewer gli disse sottovoce:
«Miss Wellings è borghese e il vostro comportamento di poco prima la offesa temo»
Arthur lo guardò stupito ma erano già nel salone e così si sedette accanto alla giovane in lacrime e le disse con garbo:
«Mi dispiace miss Wellings ma non lo sapevo. Vi prego, perdonate la mia mancanza di tatto»
La giovane, asciugatasi le lacrime gli rispose in un soffio:
«Non sarei dovuta venire qui… »
e, dicendo questo, si alzò cercando di calmarsi. Sewer, subito le fu accanto dicendole:
«Non curatevi di quello che vi hanno detto» riferendosi alle due sorelle.
«Non importa signor Sewer… » e dopo aver ripreso fiato disse a entrambi:
«Mi dispiace per l’accaduto ma devo tornare a casa adesso. Grazie per l’invito signor Bresbee »
Arthur, cercando di trattenerla le disse:
«Ma… vi prego miss restate».
Ma vedendo che la giovane avanzava verso la porta che imetteva nell’ingresso le disse:
«Sto organizzando una gita ad Amesbury. Vorrei che veniste… mi farebbe davvero piacere e vorrei anche che dimenticaste il mio brutto comportamento. Vi prego miss, ditemi che verrete»
Sewer, che li osservava serio notò la confusione di Clarissa e il modo imbarazzato della giovane. Evidentemente non sapeva che cosa rispondergli. Il giovane allora disse:
«Credo che miss Wellings non sia nella condizione per rispondervi signor Bresbee»
Clarissa, interpretando quelle parole come una burla, disse agitata:
«Signor Sewer so cosa devo dire» e, riferendosi ad Arthur, continuò:
«Mi dispiace signor Bresbee ma… tra qualche giorno partirò per l’Irlanda con mio padre quindi non fate conto sulla mia presenza».
Dicendo questo fissò prima Arthur e poi Sewer e, con un inchino deciso, li salutò uscendo dalla porta che immetteva nell’ingresso. Lì fu raggiunta dal maggiordomo che subito le offrì i propri servigi riportandola a casa.
Rimasti soli i due giovani si guardarono senza dire nulla e, sospirando, Arthur tornò ai suoi amici per spiegare la partenza di Clarissa e della gita di Amesbury. Sewer, notando l’aria delusa del signor Bresbee, pensò tra sé che forse aveva trovato un rivale e, pensando a questo, sentì il disprezzo per Arthur aumentare sempre più. Qui si concluse per Clarissa la festicciola e, purtroppo per lei, la sua bugia cominciò a divenire realtà. Infatti la notizia che lei sarebbe partita per l’Irlanda rimbalzò prima dalle due sorelle Stevenson a loro madre e poi, come si è visto poc’anzi, da mrs Stevenson alla madre di Clarissa che cadde ovviamente dalle nuvole.

Ora mrs Wellings, rientrata in casa, si diresse subito in camera della figlia e qui la trovò immersa nella lettura di una novella. Lo sconcerto della madre nel vederla tranquilla e serena la urtò e le disse:
«Quando andresti in Irlanda signorina
Clarissa, confusa, replicò:
«In Irlanda?»
«Sì mia cara! Mrs Stevenson ha avuto la cortesia di rammentarmelo peccato che lo abbia saputo da lei e non da mia figlia!»
«Chi te lo ha detto?!»
Mrs Wellings, ormai furiosa, non replicò e, sbattendo la porta, si diresse in giardino dove suo marito stava discutendo col fattore. Notando l’avvicinarsi di sua moglie interruppe i propri affari e le andò incontro. Osservando il suo incedere fermo e deciso intuì che la donna non fosse nella migliore predisposizione per chiacchierare amorevolmente infatti fu investito da rimproveri:
«Mr Wellings! Che idea malsana ti è venuta in mente? Mandare tua figlia in Irlanda! Senza dirmi niente per giunta! Oltretutto sono venuta a saperlo da quella finta santa quale è mrs Stevenson… oltretutto!».
Mr Wellings, uomo accorto e saggio, la lasciò continuare cercando, nel frattempo, di rientrare in casa per non essere uditi dai contadini. Una volta in salotto mrs Wellings parve calmarsi e, sedutasi sulla sua poltrona, si chiuse in un silenzio risentito. L’uomo, avendo capito che c’entrava qualcosa Clarissa, entrò nella sua camera e, in tono risoluto, le chiese i particolari di quella decisione. Clarissa allora si sfogò dicendo che aveva deciso su due piedi perché la situazione che si era venuta a creare alla festicciola di Bresbee era inaccettabile. Raccontati tutti i fatti mr Wellings cercò di rincuorarla e, accompagnatala in salotto, ne parlò con la madre che, attonita, ascoltò il resoconto del marito e le parole della figlia. Alla fine mrs Wellings sbottò infastidita:
«Ebbene questi nobili si credono tanto migliori di noi, beh che pensino quello che vogliono! Clarissa basta soffrire per quello che è successo e se un periodo in Irlanda ti farà dimenticare questi cafoni allora è giusto andare lì. E poi se tuo padre riesce a prendere accordi commerciali con quegli uomini tanto meglio» e ricordandosi allora dello scialle che aveva ammirato quella mattina aggiunse sopra pensiero:
«E poi ho un motivo in più per acquistarlo»
Le parole di mrs Wellings furono accolte da Clarissa con gioia. Ormai era deciso: tra qualche giorno sarebbero dunque partiti per l’Irlanda.

Quarta parte

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