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domenica 22 gennaio 2012

[recensione] "L'eleganza del riccio" di Muriel Barbery

 I protagonisti di questo romanzo sono tre: una portinaia finta tonta che ama leggere Tolstòj, una ragazzina intelligente e saccente della serie “so tutto io”, e un ricco giapponese che ahimè spunta dal nulla da metà storia in poi. Ho scritto ahimè perché di tutti i personaggi di questo romanzo, dai protagonisti alle “macchiette” stereotipate dei vicini di casa delle due protagoniste, il giapponese è l’unico personaggio interessante. Infatti è l’unico, in questo romanzo, che non giudica ma agisce in una storia che sembra un’accozzaglia di pensieri filosofici e di critiche alla cultura chic parigina che l’autrice mette in bocca alle due protagoniste. E veniamo alle due protagoniste che, ovviamente, fingono di far parte della borghesia chic di Parigi che, forse, l’autrice non ama. Sia la portinaia che la ragazzina, infatti, recitano la loro parte all’interno del micro cosmo del palazzo in cui la storia si svolge. Entrambe criticano il modo di vivere dei loro vicini di casa astutamente caratterizzati come stereotipi viventi ovvero: la vicina elegantissima e superficiale, la ragazza amante della natura che vuole diventare veterinaria e quindi si occupa dei mici del palazzo, la sorella della protagonista studentessa universitaria finta chic che in realtà è ignorante (facendo discorsi pseudo seri che “fanno tanto chic”), i genitori della bimbetta “so tutto io” che pensano solo al lavoro o allo shopping, la domestica amica della portinaia che viene descritta come una vera “lady” in contrasto con la superficialità dei ricchi. Le vite di queste comparse sono così solo il pretesto, per l’autrice, per criticare aspramente la superficialità della cultura alto-borghese francese, in contrapposizione alla vera bellezza che si cela nelle cose semplici e di cui è il portavoce il giapponese amico delle due protagoniste.

Ecco, il fatto di criticare la cultura contemporanea lo trovo lodevole ma il modo in cui l’autrice, che ricordo essere una professoressa di filosofia, espone le sue critiche mi ha lasciato basita. Le due protagoniste infatti giudicano dall’alto in basso la loro cultura come se fossero detentori di un sapere superiore e, così facendo, non solo non riescono a scostarsi dalle macchiette stereotipate di cui sopra ma diventano esse stesse degli stereotipi. Ho trovato inoltre particolarmente irritante la caratterizzazione della ragazzina saccente e arrogante che, per fare un dispetto alla sua famiglia alto borghese stereotipata, medita il suicidio (che alla fine non compie).

In conclusione, credo che questo romanzo manchi di quella forza coinvolgente che animano i romanzi di Tolstòj, di cui si fa riferimento nel testo e che sono pura critica sociale. Infatti Tolstòj non critica mai in prima persona, tramite i propri protagonisti, la cultura russa della sua epoca ma lo fa in modo indiretto tramite le vicissitudini dei personaggi e l’accurata descrizione dei modi di pensare e d’agire dell’aristocrazia di quel tempo. Ovviamente Tolstòj è un maestro in questo e non vi è dubbio che sia arduo nell’imitare ma l’autrice, nel provarci, avrebbe apportato di certo dei miglioramenti a questo romanzo. In questo modo il lettore avrebbe potuto crearsi una propria opinione, libero di essere d’accordo o meno con il punto di vista dell’autore e non, come avviene invece in questo romanzo, limitarsi a leggere le critiche personali dell’autrice. 

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