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sabato 30 novembre 2013

[recensione] "Il grande Gatsby" di F. Scott Fitzgerald

In questo romanzo, scritto in prima persona, l'autore, narrando le vicende che coinvolgono il protagonista borghese nella vita dissoluta del suo ricco vicino di casa (Gatsby), mette in risalto la contrapposizione ideologica tra il mondo onesto e laborioso del primo con il mondo corrotto e ipocrita del secondo.
Gatsby diventa così la caricatura del "self-made man" ovvero di colui che, dal nulla, è riuscito ad arrivare al successo e alla ricchezza. Il mondo di Gatsby viene però descritto dall'autore, attraverso le riflessioni del protagonista, come ipocrita e privo di scrupoli. Il tragico finale appare così come un modo per svelare l'inconsistenza della vita di un ricco tormentato da un sogno d'amore irrealizzabile. 
Quello che mi ha stupito, leggendo questo romanzo ben scritto, è proprio la figura di Gatsby: sicuro di sé all'apparenza ma estremamente impacciato e tormentato quando si tratta della donna che ama. Se devo essere sincera non sono riuscita a farmi piacere questo personaggio che reputo, alla fine, come uno stereotipo fine a se stesso. La figura del protagonista, invece, con le sue riflessioni e con il suo agire sempre in modo corretto, mi ha spinto a riconsiderare tutto il libro. Infatti, in realtà, Gatsby non è il fulcro del libro ma è solo il pretesto per analizzare, a volte in modo positivo e altre in modo critico,  uno spaccato della società dell'epoca in cui vive il protagonista/autore. 

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