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martedì 10 gennaio 2012

Le origini di "Clarissa"

La storia intitolata "Clarissa" rispecchia, per quanto riguarda la protagonista, un mio scritto di dieci anni fa intitolato "Il cucciolo che diventò adulto". Ovviamente era una storia acerba e lineare con pochi personaggi e in prima persona (avevo dopotutto solo 15 anni). Salvato su floppy disc è andato perduto come l'originale cartaceo tuttavia sono riuscita a ritrovare tra i miei file un brano che ripropongo qui. In questo testo si narra della vita di una bambina nobile di nome Clarissa Loria Chactuelles. Le vicende sono pressoché banali ed è per questo che ho mantenuto, nella nuova storia, solo il personaggio di Clarissa. 





I miei ricordi si fanno nitidi da quando avevo dodici anni. Quello che ricordo con più affetto è la mia città natale, Montpellier. Una piccola cittadina borghese affacciata sul Mar Mediterraneo. La mia famiglia era benestante. Mio padre era un conte della famiglia dei Chactuelles, molto nobile per raffinatezza di usi e costumi.

Io ero poco meno di una piccola signorinella che, come tutte le bambine, desiderava che tutte le attenzioni fossero solo per lei. Ero piccola e difficilmente preferivo studiare latino, la letteratura greca e romana, musica e arte invece che giocare felicemente con le bambole. 

Un giorno la signora Regnoforst, l’insegnante di latino, non vedendomi cominciò a chiamarmi a voce alta:

- Signorina Clarissa Loria (questo è il mio nome), signorina Clarissa, signorina dove siete?

Mia sorella Sofia, che aveva quattordici anni, non si stupì per la mia assenza perché ormai tutti in famiglia, tranne i professori che avevano la testa sempre tra i libri, avevano capito che di tutte quelle discipline non me ne importava niente.

Anche Sofia dopo un po’ cominciò a chiamarmi perché era ormai da un’ora che mancavano dalle lezioni e si stava preoccupando anche lei:
- Avanti Clari vieni fuori, non ho voglia di giocare a nascondino con te. Non fare la bambina come al solito. Avanti, è quasi l’ora del the.
La mia famiglia aveva l’abitudine di fare merenda alle cinque, come gli inglesi, anche se mio padre detestava essere chiamato l’inglese di Francia.
Io ero scappata da quelle lezioni perché le temevo. Temevo le tante sgridate che mi dava la signorina Regnoforst perché sbagliavo sempre i verbi e alcuni strani nomi latini.
Ero andata quel pomeriggio al bel laghetto del nostro parco. Volevo vedere i pesci che sguazzavano liberi e felici, le farfalle che mi facevano il solletico e i fiori tricolori che attiravano le api per i loro colori sgargianti. Era tutto meraviglioso in quel caldo pomeriggio estivo. Ero immersa nei canti degli uccelli, non paragonabili allo stridere della signorina Regnoforst. Sentivo il dolce flusso della corrente del laghetto, il soffio del vento simile per me ad un canto di un angelo…le cose cominciarono a sfocarsi fino a divenire un tutt’uno. 
Sentii una folata più forte proveniente dagli alberi di fronte a me. Mi svegliai e sentii le grida disperate della signorina Regnoforst. Capii che era vicina quindi mi alzai e corsi verso la parte opposta da dove provenivano le urla. Non volevo essere scoperta, non quel pomeriggio almeno. Corsi. Corsi affannosamente per le colline del parco. Mi fermai. Non sentii più le grida della signorina, forse l’avevo seminata. Tesi l’orecchio. Niente, solo qualche canto d’uccello. Ero finita in mezzo ad una fitta pineta. 
Non conoscevo quel luogo, non ricordavo di esserci mai stata…sì mi ero persa. Cominciai a gironzolare in giro in cerca dei passi che avevo fatto per arrivare lì. Non c’era traccia di impronte perché c’erano foglie secche, aghi di pino e non la nuda terra. Cominciai ad innervosirmi. Gridai aiuto perché era l’unica possibilità che qualcuno mi sentisse. Era una cosa sciocca per me: io, Clarissa Loria Chactuelles, mi ero persa. Era l’ora del the e pensai a mia sorella che si stava godendo del buon the con qualche biscottino.
Sentii d’un tratto un fruscio. Mi acquattai dietro ad un piccolo arbusto, stetti ad ascoltare. Erano passi…una voce maschile, da ragazzo, disse:
- Chi c’è qui? Ho sentito delle urla, c’è qualcuno qui?
Saltai fuori. Era Carlos, un bel ragazzo di quattordici anni che lavorava per la nostra famiglia prendendosi cura dei nostri cavalli.
- Carlos, dissi, meno male che mi hai sentito.
Lui rispose:
- Oh, siete voi signorina Clarissa. Vi stanno cercando,
disse ascoltando le urla di mia sorella e quelle della signorina Regnoforst in lontananza.
- Eh già Carlos…, diventai tutta rossa e lui cercò di trattenere le risa.
- Siete così buffa, chiedere aiuto quando le urla dei vostri familiari si sentono fino al paese!
- Non volevo essere aiutata da loro… - Perché no?, mi chiese lui.
Cominciai così a raccontargli tutto quello che era successo e alla fine scoppiò a ridere mentre io ero diventata rossa per la vergogna.
Alla fine però mi riportò al laghetto congedandosi da me con un bacio sulla guancia che mi parve come una provocazione. Lo lasciai e ritornai a casa.
Mi sgridarono più volte soprattutto mia madre dicendomi che dovevo seguire le lezioni per il mio bene e che la signorina Regnoforst era stata molto in pensiero per me tanto che aveva avuto una crisi di nervi. Da quel giorno infatti non la vidi più spesso. Mio padre era in un angolo a fumare la pipa in modo assente senza accorgersi che ero tornata a casa. Quando finì la ramanzina era già ora di cena. Quella cena fu un vero e proprio mortorio. Nessuno parlava e tutti pensavano ai propri affari: mio padre a mangiare, mia madre a tenermi d’occhio nel caso in cui scappassi dalla finestra del terzo piano, Sofia ai suoi affari di cuore con un ragazzino nobile che si dava troppe arie ed io a cercare di capire che cosa pensassero.
Mio padre era piuttosto severo con me e mia sorella. Voleva che diventassimo delle bravi mogli un giorno ma ormai si era arreso con me, sperava solo che non diventassi un maschiaccio. Era però anche molto buono e spesso ci raccontava qualche vecchia storiella sull’origine della nostra prestigiosa famiglia quando noi ragazze lo stuzzicavamo.
Nostro padre ci raccontò una leggenda molto carina sulle origini dei Chactuelles ancora quando avevo dodici anni ma continuò a raccontarcela più volte in seguito. 

Un ragazzo che aveva quasi sedici anni, iniziò a raccontare mio padre, non sapeva come racimolare soldi. Era povero e ad ogni persona che si avvicinava gli chiedeva degli spiccioli. Un giorno un vecchio signorotto gli passò vicino e, Gioacchino, così si chiamava, gli chiese degli spiccioli. L’uomo gli diede tre denari, molto per un povero! Gioacchino era felice e lo ringraziò con molte riverenze. Sapeva però che bastava solo per comprare qualche pezzo di pane e il giorno seguente sarebbe ritornato di nuovo al verde. Allora sapete che cosa ha fatto?, ci chiese nostro padre guardandoci sorridendo, Gioacchino non li spese per il pezzo di pane ma si giocò i tre denari che aveva facendo una scommessa con un suo amico che ne aveva sedici. Gli propose che chi avesse corteggiato una signorina nobile e fosse riuscito a farla ridere avrebbe vinto tutti i denari. L’amico accettò. Il giorno dopo si ritrovarono al posto stabilito e aspettarono che passasse una signorina lungo la via. Le ore passavano inutilmente ma, ad un certo punto, ecco spuntare una signorina ben vestita, elegante, che passeggiava con aria non curante. L’amico si propose subito e iniziò a parlargli come un gentiluomo ma fu inutile, la ragazza non lo ascoltava. Gioacchino allora si inchinò davanti a lei e iniziò a parlarle anch’esso come un gentiluomo e le raccontò una barzelletta molto sciocca. La ragazzina dapprima non lo guardò ma poi cominciò ad ascoltarlo e alla fine iniziò a ridere divertita. Gioacchino vinse la scommessa. L’amico restò di stucco e se ne andò a mani vuote. Quando Gioacchino non lo vide più disse alla ragazza:
- Grazie Marika sei una vera amica. Ma dove hai trovato questi bei vestiti?
Lei rispose:
- Mio caro, ogni ragazza ha i suoi segreti, che sia nobile o povera.
Gioacchino diventò presto ricco perché comprò un piccolo locale con i diciannove denari e grazie anche a Marika divenne un prestigioso locale per nobili. Naturalmente ridiede al suo amico tutti i sedici denari inoltre cambiò il suo cognome e si fece chiamare Gioacchino Chactulles, il nostro trisavolo.
Questa storiella diventò col tempo molto noiosa perché mio padre raccontava queste assurde storielle solo per avere un po’ di attenzione per sé. Certe volte era peggio di me e le raccontava in ogni occasione.
L’estate era appena iniziata e spesso andavo con Sofia al laghetto, a cavallo o a piedi. Era bello. Sofia era una ragazza molto più saggia di me e sapeva sempre la risposta a tutte le domande che le facevo. Era bella: aveva i capelli castani e lisci, gli occhi verde acqua ed era alta e magra. Ogni ragazzo di Montpellier la sognava, anche Carlos. 

Un giorno, verso pomeriggio, io e Sofia cavalcavamo felici lungo le vallate di alcune piccole colline. Stavamo parlando di fiori e di piante:

- Lo sai Clarissa che i fiori sono i migliori amici delle ragazze?

- Davvero?!, le dissi con sorpresa.

- Già, si vede che tu sei ancora piccola, non puoi capire certe cose.
- Certo che le posso capire, dissi fermando di botto il cavallo. Lei sorrise e continuò:
- Non fare l’orgogliosa, hai solo dodici anni. Non puoi capire quello che ti sto dicendo.
- Non è difficile capire che per te i fiori sono importanti ma per me sono solo belli e profumati tutto qui. 
- Ah Clarissa, Clarissa…, mi disse in tono ironico per troncare la conversazione.
Continuammo così a galoppare fino alla stalla dove le chiesi:
- Sofia, c’era qualcosa che legava i fiori con qualcos’altro?
- Vedi Clari ogni giorno è un giorno nuovo in cui puoi cambiare il percorso del tuo destino. Tu sei libera come un uccellino, devi solo stare attenta a non incappare nei rovi ricordatelo.
Quello che mi disse mi sembrò allora così semplice ma anche così difficile.
Le estati corsero via come gli autunni, gli inverni tristi e le primavere gioiose. Avevo ora compiuto quattordici anni ed ero diventata una brava ragazza che seguiva le lezioni e spesso cantavo e suonavo l’arpa, uno strumento che mi piaceva molto, accompagnata dal pianoforte che Sofia era brava a suonare. Spesso facevamo dei duetti che piacevano molto ai nostri genitori.

Un giorno dei baroni di una vicina cittadina ci invitarono ad una caccia alla volpe. Non mi entusiasmò l’idea di vedere un animale così agile, fiero e furbo venire ucciso in modo brutale ma ci andai costretta da mio padre che amava molto questo tipo di ritrovi.
Salimmo così in una carrozza antica, forse appartenuta al nostro trisavolo Gioacchino. Il castello di questi baroni non era molto lontano dalla nostra villa. La nostra si affacciava sul mare mentre i baroni abitavano in una altura. Arrivammo accompagnati dai nostri servitori, compreso Carlos, che ci seguirono a cavallo fino al castello. Mi parve immenso. Salimmo delle rampe di scale che ci portarono all’ingresso. Da lì si poteva scorgere la linea del mare all’orizzonte, tutto intorno il silenzio come un quadro dove appaiono colline verdi, il mare blu e l’infinito cielo sgombro da nubi. Mi accorsi che solo io contemplavo quel meraviglioso spettacolo e, sinceramente, mi vergognai molto quando mi chiamarono perché ero rimasta indietro. 
Non ero più vivace come una volta. Ero diventata sentimentale e ogni sciocchezza che facevo a dodici anni ora non pensavo minimamente di rifare. Volevo però ritornare ad essere quella di una volta: spiritosa, vivace, sincera e menefreghista dei grandi e dei loro noiosi balli e feste a cui la nostra famiglia non si sottraeva. Rattristata per la gioventù passata e che ormai non potevo più rivivere entrai in quella grande casa che profumava di misteri e nascondeva la tristezza di essere nobili. 
Si aprì il grande portone ed entrammo. Ci accolsero dame e cortigiani, nobili e sguattere. Quest’ultime ci indicarono le nostre stanze perché saremmo rimasti per qualche giorno. La mia era bella però, quando guardavo fuori, non c’era il mare ma solo alberi. Presa dalla nostalgia di casa corsi fuori e andai in atrio. Lì c’era ancora qualche nostro servitore che chiedeva degli ordini. Lì trovai anche Carlos, corsi da lui e gli chiesi:
- Cosa fai ancora qui?
- Sto aspettando ordini. Voi cosa ci fate qui? Vostra sorella Sofia, vostra madre e vostro padre vi stanno aspettando in salotto. Non restate qui, andate.
- Non voglio andarci, di sicuro avranno iniziato a parlare di caccia perché è questo il motivo per cui siamo qui. Anche tu parteciperai alla caccia alla volpe?
- Sì ma solo come sostegno.
A queste parole fui quasi emozionata al pensiero che ci sarebbe stato anche lui. Ora tutto era diverso. Gli dissi: - Va bene Carlos, ci vediamo in giardino.  - Venite anche voi? Credevo che alle dame non fosse concesso parteciparvi.
Ci rimasi male alle sue parole perché per lui ero solo una fragile ragazza tuttavia fui felice nel constatare che mi considerava una dama. Ero importante per lui e quindi non voleva che mi capitasse qualcosa durante la caccia. Capii in quel momento anche il bacio che mi diede al laghetto anni prima. Diventai subito rossa e mi allontanai da lui per visitare il castello.
Il castello era grande ma ben presto persi la voglia di visitarlo. Ritornando nella mia stanza mi accorsi che qualcuno mi aveva seguito.
- Salve signorina Clarissa Loria Chactuelles.
- Chi siete?, dissi voltandomi verso la voce.
Era un ragazzino lentiggnoso, robusto, molto più alto di me e vestito elegantemente.
- Sono Jack Man Lousser
- Come sapete il mio nome?
- Molti nobili parlano di voi signorina
- Davvero?
Ormai non mi interessava più parlargli. Mi stava antipatico soprattutto per i suoi modi.
- Naturalmente, se volete facciamo un giro per il castello signorina?!
- Oh no, sono stanca e i miei genitori mi stanno aspettando in salotto. Piacere di averla conosciuta sir Jack.
- Il piacere è tutto mio. 
Mi allontanai alla svelta da lui e andai in salotto. 
Qui mio padre aveva appena iniziato a parlare di caccia (cosa che odio) con il barone e quando si accorse che ero entrata mi presentò al padrone di casa dicendo nome, età e ogni pregio che avessi. Alla fine perse interesse nel parlare di me ma il barone continuò:
- Siete molto bella signorina Clarissa!
- Grazie, dissi inchinandomi distrattamente.
-Vostra sorella Sofia non vi batte di certo!Mi disse guardando Sofia che leggeva un libro trovato nella valigia. Gli sorrisi ma il barone mi guardò di stiscio ricominciando a parlare con mio padre; forse gli avevo fatto una brutta impressione con quel sorriso stralunato.  Mi congedai e andai in giardino, dovevo prendere una boccata d'aria, quel castello mi sembrava una prigione. Arrivò il giorno successivo, tutti erano già a mangiare in un gigantesco salone abbellito con enormi dipinti alle pareti e con un interminabile tavolo al centro. Ero, come al solito, l'ultima. Feci una corsa ma sbagliai più di una volta la stanza: mi ero persa di nuovo!  [...]

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