Questo blog è come un diario dove troverai le mie personali recensioni sui romanzi che ho letto e le opinioni sul mondo editoriale. Niente sdolcinature ma solo critiche costruttive, come è giusto che sia ;)

2.10.14

"Orlando" di Virginia Woolf

Dopo aver letto "Gita al faro" (un libro introspettivo e parecchio noioso infatti non sono riuscita a terminarlo) "Orlando" è risultato essere l'eccezione che conferma la regola. 
Un libro divertente e ironico. La trama in sé esula dai temi trattati di solito dalla Woolf che infatti ammette lei stessa, nell'introduzione, essere un libro leggero e fantasioso. 
In breve questo libro narra del protagonista, Orlando appunto, e delle sue disavventure partendo dal '500 fino ad arrivare ai primi del '900. Il testo è una finta biografia che l'autrice si diverte a narrare e a interloquire con il lettore scrivendo in prima persona le sue opinioni sulle vicende del protagonista che lei stessa ha inventato. Uno stratagemma narrativo geniale e che solo i grandi autori riescono a utilizzare senza scadere in inutili monologhi fini a se stessi. 
La figura del protagonista è assolutamente fuori dal canone classico dell'eroe bello e bravo che, francamente, ha stancato. Orlando è infatti un giovane poeta Romantico del '500 che si ritrova a vivere per più di trecento anni. Il fatto che una notte diventi una donna non cambia il suo modo di pensare e il suo amore per la Natura e la contemplazione lo porta a vivere lungo i secoli come uno spettatore di fronte ai mutamenti culturali che vive sulla propria pelle. Inoltre il suo essere donna/uomo lo porta a vivere delle disavventure al limite del nonsense che mi hanno fatto davvero ridere. 
Un romanzo dunque fantasioso da cui traspare la vena ironica dell'autrice verso il passato storico e verso la figura del poeta/scrittore ormai divenuto col tempo esso stesso uno stereotipo. 



23.8.14

Casi umani

Ieri ho letto l'articolo di Panorama in cui si descrive gli stili di rimorchio degli italiani e devo dire che mi ha lasciato perplessa. Innanzitutto la Boschi non c'entra nulla con l'articolo e poi non è un vero articolo ma storielle stereotipate di gente non identificata (dato che non c'è nemmeno una firma degli autori). 
Ad ogni modo, leggendo dalla copertina, mi ero fatta l'idea di un servizio in cui si trattava l'aspetto del "rimorchio" dal punto di vista socio-culturale... macché! La delusione nel leggere queste storielle è stata molta. 
I soggetti descritti poi rasentano dei casi umani da psichiatria. Che poi nel leggere il testo mi sono chiesta: ma sti uomini son tutti così? Ma dai...
1° caso umano: l'ammogliato. Il classico uomo con moglie e figli che in vacanza al mare torna single e si mette a flirtare con chiunque. Atteggiamento meschino e deprecabile.
2° caso umano: l'ammogliato con amanti. Se per il primo la scappatella era un'occasione qui è la regola. Uomo senza valori morali, bipolare e ipocrita. Da evitare.
3° caso umano: l'uomo da chat. Il tipo "so figo-so beo-so un fotomodeo". L'apparenza è il suo credo e le frasi da baci Perugina il suo mantra. Falso, privo di personalità. 
4° caso umano: il bimbominkia. Privo di autostima e di personalità rimorchia in gruppo (anzi no in branco, rende di più l'idea). Inutile dire che il suo vocabolario è costituito da frasi fatte come il suo aspetto in tinta unita con il resto dei suoi amici. 
5° caso umano: il gay gaio. Solo uno stereotipo.
L'unico che si salva in questa carellata di gente stramba è il francesino, il migliore tra i peggiori elencati. D'altronde si sa che i nostri cugini spocchiosi d'Oltralpe se la cavano meglio nel rimorchio no?

12.7.14

Forma vs contenuto

"[...] Ebbene, in certi momenti, mentre mi provo a scrivere la vita del babbo, io sono quel cavallo, a metà dell'arcata del ponte. M'impenno. Non vado avanti. Addirittura torno indietro. Sconvolta? Tanto; ma non abbastanza. Infatti mi butto su un diverso lavoro; posso perfino attirare su di me un malanno o una malattia; prometto; riprometto; ma con un senso di colpa, di struggimento, di pace perduta. [...]" 
Questa citazione l'ho presa dalle prime pagine del libro "Ritratto in piedi" di Gianna Manzini (Premio Campiello 1971). 
Quando ho letto queste frasi ho subito pensato che il libro partiva male e che non era il caso di continuare la lettura. Mi spiego meglio: quando l'autore si autocommisera o finge, come in questo caso, di essere sconvolto al solo pensare ai suoi ricordi... beh c'è qualcosa che non va. Ovviamente è solo un espediente narrativo per far crescere la suspense su quello che verrà, ma a me ha fatto l'effetto contrario. Di indole non sopporto i libri autobiografici, figurarsi uno in cui l'autrice si piange addosso!
Ad ogni modo ho continuato la lettura, contro voglia, e devo dire che è un libro noioso ma scritto bene. Ed è qui il punto della questione: l'unico pregio di questo romanzo è lo stile narrativo. Da qui il titolo del post: forma vs contenuto. In questo romanzo le parole sono il fulcro della narrazione, non la trama come dovrebbe essere. In effetti non c'è una trama, una storia, ma frammenti di ricordi analizzati dall'autrice con molto (troppo) trasporto. 
Un romanzo scritto in modo impeccabile, ma senza una storia, può dunque definirsi un romanzo bello? Interessante? Un libro da leggere?
D'altro canto, un testo con refusi, qualche virgola di troppo o con qualche "ed" in eccesso può essere considerato illeggibile anche se ha una storia avvincente?
Che cosa si è dunque propensi a leggere? 
In fondo queste domande si rispecchiano anche nel dibattito sull'editing e il self-publishing. Leggendo in rete sui forum di scrittura spesso mi imbatto in persone che cestinano a priori romanzi scritti senza un editing approfondito, come se qualche errore di battitura fosse il criterio principale per valutare la qualità del romanzo. Questo fatto di non provare a leggere chi ha deciso di auto pubblicarsi motivando con un "non leggo libri non editati e/o non pubblicati da grandi c.e." mi lascia perplessa (come se i libri pubblicati dalle c.e. fossero privi di refusi ed errori di battitura).
In definitiva è solo questione di punti di vista e di gusti personali ma personalmente, come penso si sia intuito, apprezzo un libro con una storia avvincente e non per i paroloni con cui viene scritta! 

2.6.14

I romanzi "Pierrot"


Da un po' di tempo a questa parte mi imbatto, per mia sfortuna, in libri che, leggendoli, mi trasmettono un certo senso di irritazione dovuto ai loro contenuti basati sulla sofferenza
Ho deciso quindi di creare, per mio diletto, la categoria dei romanzi "Pierrot". 
Dal nome si può intuire di che libri sto parlando ma, per essere più precisi, scrivo qui di seguito le loro caratteristiche principali.
1- i romanzi Pierrot sono libri, spesso in prima persona, che trattano argomenti di disagio, di sofferenza o di nostalgia. Temi profondi e importanti peccato che vengono narrati e descritti con una superficialità che rasenta il banale;
2- la trama è quasi sempre la stessa: i protagonisti soffrono (i motivi spesso sono nebulosi) e incontrano altri personaggi disagiati. Scontato aggiungere che non si arriva mai a nulla, nel bene o nel male;
3- le parole solitudine, disagio, insofferenza, indifferenza, tristezza, noia (e sinonimi) sono spesso presenti più di una volta all'interno della stessa pagina. Questo, più che far "rivivere" le emozioni dei personaggi, fa insorgere nel lettore (a me in primis) un'irritazione e una noia che dura per l'intera lettura.
4- spesso vengono recensiti come libri profondi che descrivono i sentimenti più nascosti dell'animo umano(?!) Peccato che sono sempre la "solita minestra riscaldata".

Alcuni libri "Pierrot":
- La solitudine dei numeri primi di Giordano; [recensione]
- Gli indifferenti di Moravia;
- Bianca come il latte, rossa come il sangue di D'Avenia;
- Io e te di Ammaniti




2.5.14

"Niente di nuovo sul fronte occidentale" di E. M. Remarque

In questo libro, scritto in prima persona, si narra la vita al fronte di un ventenne tedesco e di alcuni suoi amici. La prima guerra mondiale è quindi il soggetto intrinseco di questo testo che, con un linguaggio asciutto e privo di inutili banalità retoriche, viene vissuta in tutta la sua tragedia dal protagonista. L'autore infatti analizza le diverse sfaccettature del mondo militare: dalla vita assurda in caserma, i momenti di calma apparente vissuti sulla retroguardia, la tragedia e l'orrore del fronte sotto l'attacco nemico, i periodi di licenza nel paese natio e l'agonia dei feriti negli ospedali militari. 
Alcuni episodi come la visita del protagonista all'amico moribondo e l'incontro con la madre in licenza, sono davvero toccanti e mi sono rimasti nel cuore. Il modo in cui vengono narrati sono un esempio di come dovrebbe essere una narrazione: semplice e con dialoghi realistici. 
Inoltre il fatto che l'autore abbia vissuto la realtà della guerra porta nello scritto una carica personale evidenziata nelle riflessioni logiche e senza retorica del protagonista. Questo libro infatti è un'intensa e sofferta riflessione su cosa significhi vivere in una realtà in cui si è costretti a uccidere altre persone come se stessi. Importante è notare che la guerra è vista dalla parte dei vinti, ovvero dalla parte tedesca, ma dopo qualche pagina si è così immersi nella narrazione che è inevitabile accorgersi che le stesse emozioni e vicende sono state vissute realmente da tutte le parti in guerra, che fossero italiani, inglesi, francesi, austriaci o tedeschi. 
Riporto di seguito un brano che racchiude il senso di questo toccante libro: "[...] Io sono giovane, ho vent'anni: ma della vita non conosco altro che la disperazione, la morte, il terrore, e la insensata superficialità congiunta con un abisso di sofferenze. Io vedo dei popoli spinti l'uno contro l'altro, e che senza una parola, inconsciamente, stupidamente, in una incolpevole obbedienza si uccidono a vicenda. Io vedo i più acuti intelletti del mondo inventare armi e parole perché tutto questo si perfezioni e duri più a lungo. E con me lo vedono tutti gli uomini della mia età, da questa parte e da quell'altra del fronte, in tutto il mondo; lo vede e lo vive la mia generazione.
Che faranno i nostri padri, quando un giorno sorgeremo e andremo davanti a loro a chieder perdono? Che aspettano essi da noi, quando verrà il tempo in cui non vi sarà guerra? Per anni e anni la nostra occupazione è stata di uccidere, è stata la nostra prima professione nella vita. Il nostro sapere della vita si limita alla morte. Che accadrà, dopo? Che sarà di noi?[...]"


LIBRO CONSIGLIATO


30.11.13

"Il grande Gatsby" di F. Scott Fitzgerald

In questo romanzo, scritto in prima persona, l'autore, narrando le vicende che coinvolgono il protagonista borghese nella vita dissoluta del suo ricco vicino di casa (Gatsby), mette in risalto la contrapposizione ideologica tra il mondo onesto e laborioso del primo con il mondo corrotto e ipocrita del secondo.
Gatsby diventa così la caricatura del "self-made man" ovvero di colui che, dal nulla, è riuscito ad arrivare al successo e alla ricchezza. Il mondo di Gatsby viene però descritto dall'autore, attraverso le riflessioni del protagonista, come ipocrita e privo di scrupoli. Il tragico finale appare così come un modo per svelare l'inconsistenza della vita di un ricco tormentato da un sogno d'amore irrealizzabile. 
Quello che mi ha stupito, leggendo questo romanzo ben scritto, è proprio la figura di Gatsby: sicuro di sé all'apparenza ma estremamente impacciato e tormentato quando si tratta della donna che ama. Se devo essere sincera non sono riuscita a farmi piacere questo personaggio che reputo, alla fine, come uno stereotipo fine a se stesso. La figura del protagonista, invece, con le sue riflessioni e con il suo agire sempre in modo corretto, mi ha spinto a riconsiderare tutto il libro. Infatti, in realtà, Gatsby non è il fulcro del libro ma è solo il pretesto per analizzare, a volte in modo positivo e altre in modo critico,  uno spaccato della società dell'epoca in cui vive il protagonista/autore.